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domenica 10 dicembre 2017

5. Che fai?

Batte nel cuor di tutti una campana;
ma della vita nel vario frastuono
il dolce suono
nessun ne ascolta.
Pure, talvolta,
d’un tratto giunge a noi come un’arcana
voce profonda, non udita mai.
È la lontana
chiesetta antica dell’abbandonata
nostra città… — «Ave Maria… Ave Maria…» — Che fai,
anima sconsolata?
Lagrime amare ha chi pregar non sa…
Luigi Pirandello

sabato 9 dicembre 2017

Le piante proibite – Quelle piante che fanno bene alla nostra salute ma che non fanno arricchire le Multinazionali!



Le piante proibite – Quelle piante che fanno bene alla nostra salute ma che non fanno arricchire le Multinazionali!

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Le piante proibite – Quelle piante che fanno bene alla nostra salute ma che non fanno arricchire le Multinazionali!

Potrebbe sembrare un paradosso o un cortocircuito logico, ma in realtà esistono un’infinità di piante in grado di curare le patologie che ci affliggono, come e spesso meglio di quanto non facciano i farmaci sintetici tradizionali, ma la loro coltivazione, commercializzazione e diffusione è in varia misura vietata o limitata dai governi nazionali e sovranazionali in quanto potrebbe nuocere ai profitti delle multinazionali farmaceutiche. Le più note sono la cannabis e la stevia, al cui riguardo esiste un’ampia letteratura scientifica che ne comprova le qualità, ma accanto ad esse se ne possono annoverare molte altre dalle proprietà non certo meno sorprendenti.
L’Artemisia Annua, originaria della Cina e criminalizzata dall’industria farmaceutica fino al punto che l’OMS dal 1995 raccomanda ai governi del mondo di non diffonderla alla popolazione, è unpotente antibiotico che può essere usato contro la malaria e funziona molto meglio di quelli costosi che vengono venduti dalle multinazionali, dal momento che a differenza dei farmaci non riduce le difese immunitarie dell’organismo e al contrario vanta anche interessanti proprietà antitumorali.
L’Epilobium parviflorum cura i problemi della prostata e vanta un’ampia letteratura di successi anche in casi di tumori alla prostata considerati senza speranza dalla medicina ufficiale.
La Cassia obtusifolia è una pianta eccezionale che può venire usata per la cura del Parkinson e dell’Alzheimer.
La Celidonia maius è un potente antibiotico, brucia le verruche, cura la cataratta e le infiammazioni agli occhi, semplicemente sfregandoli con il suo succo giallo.
La Lippia dulcis è uno zucchero dolcissimo, usato nell’antichità dagli aztechi, che le case farmaceutiche hanno già brevettato benché non lo usino ancora preferendo guadagnare sull’aspartame che è cancerogeno, cura anche la tosse i crampi addominali ed i vermi intestinali.
L’Hypericum perforatum combatte la depressione molto meglio del Prozac.
La Tormentilla dissolve e secca le emorroidi.
Il Lepidium latifolium dissolve i calcoli renali, anche quelli più grandi dopo un solo mese d’infusioni.
La lattuga virrosa risolve i problemi d’insonnia.
La Vitex agnus – castus è un arbusto che si racconta debba il suo nome al fatto di venire usato in antichità nei monasteri per abbassare la libido. I suoi rametti si tagliano per fare delle infusioni depurative che sono utili per combattere i problemi della menopausa, del fegato e dell’acne ed inoltre aiutano a dimagrire.
Il fiore e la foglia del sambuco sono utili per espettorare quando si hanno la tosse e il raffreddore, calmano i problemi agli occhi e sono anche diuretici.
La Achillea o minerama è indicata per tutti i problemi mestruali.
La Perilla frutescens che ha origini giapponesi viene da sempre usata nella preparazione del sushi per evitare allergie alimentari. I suoi semi sono un grande antistaminico che cura ogni tipo di allergie, comprese riniti ed asma. Inoltre è efficace nella cura del cancro al seno, riduce l’ipertensione e contiene molti omega3.
Il Jambu è un ottimo anestetico per le ulcere della bocca, riduce l’obesità perché brucia i grassi, cura la candida ed è un antibatterico.
Il tulsi sanctum (o basilico sacro) combatte l’acne, protegge contro il diabete, ha proprietà antitumorali, ha potere antibiotico, cura la tosse e le bronchiti, combatte la carie ed allieva le emicranie. In India ne esiste praticamente una pianta in ogni casa.
Alcune varietà di Kalanchoe sono efficaci nella cura del cancro arrivando a dissolvere a poco a poco i tumori. Utilizzate su persone alle quali la medicina ufficiale aveva dato pochi mesi di vita hanno portato alla guarigione molte di loro dopo che la chemio e la radio avevano fallito.
La prospettiva di curarsi con le piante, come l’uomo ha fatto per millenni, potrebbe aprire orizzonti inimmaginabili a tutti noi “farmaco dipendenti”, basterebbe la volontà di provarci e non soggiacere ai dettami delle multinazionali farmaceutiche che troppo spesso ci avvelenano, con la compiacenza dei governi e di buona parte della classe medica.

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/quelle-piante-che-fanno-bene-ma-sono-osteggiate-da-chi-governa

giovedì 7 dicembre 2017

Tutti i grandi scrittori si sono confrontati con il Natale

Tutti i grandi scrittori si sono confrontati con il Natale


 
L’avvenimento cristiano e i libri di scuola
Negli ultimi anni Gesù è stato bandito dalle scuole, conseguenza di un’operazione già avviata da decenni a livello culturale nei libri adottati nelle scuole, che, nella maggior parte dei casi, rileggono in maniera ideologica la storia e la letteratura, trascurano l’uomo nella sua profondità e nella sua domanda religiosa, non rispettano il fatto cristiano e la Chiesa. Un esempio palese sono alcuni testi di Storia farciti di pregiudizi sul Cristianesimo, sul Cattolicesimo e sulla Chiesa su cui studiano la maggior parte degli studenti delle Medie (scuola secondaria di primo grado). Mi soffermerò al riguardo un’altra volta.
Del resto gli intellettuali cattolici sono spesso esclusi dai canoni letterari o relegati a ruoli del tutto marginali. Anche le antologie scolastiche escludono qualsiasi testo che racconti la storia di Gesù scritto dai grandi letterati. Perché accade questo? Forse perché gli scrittori e i poeti non hanno raccontato la storia di Gesù? Certo che no. Infatti, quasi tutti i grandi scrittori, malgrado la smemoratezza della critica letteraria, hanno sentito il fascino di questo avvenimento che ha cambiato la storia e lo hanno raccontato in prosa o in poesia.
Vorrei per l’occasione ricordare solo alcuni nomi tra i tanti letterati contemporanei, cioè di quell’epoca che è considerata atea o irreligiosa e che, invece, risente ancora fortemente, talvolta magari in maniera incosciente, della tradizione e del fatto cristiani.
Tutti hanno sentito il fascino di raccontare questa storia. Pensate, persino D’Annunzio (1863-1938) che spesso ha dissacrato e vilipeso volontariamente il nome di Gesù e che ha proseguito, come Carducci, l’irridente sberleffo al Crocefisso dalla cui passione è stato menomato il mondo, come lui si esprime in un carteggio con l’amico architetto del Vittoriale. D’Annunzio ha sempre deliberatamente contrapposto la propria brama di affermazione narcisistica al Verbo incarnato secondo la fede 9. La parodia ha quasi sempre accompagnato la produzione dannunziana in maniera ostentatamente provocatoria e mordace. Eppure anche D’Annunzio si confronta con l’evento della nascita di Gesù. Scrive una poesia ai Re magi: «Una luce vermiglia/ risplende nella pia/ notte e si spande via/ per miglia e miglia e miglia.//O nova meraviglia!/O fiore di Maria!/Passa la melodia/ e la terra s’ingiglia.//Cantano tra il fischiare/ del vento per le forre,/ i biondi angeli in coro;/ ed ecco Baldassarre/ Gaspare e Melchiorre,/ con mirra, incenso ed oro».
Tanti altri, anche insospettabili, come Rimbaud, Saba, Quasimodo ci hanno raccontato della nascita di Gesù. Ognuno con la sua sensibilità e la sua cultura, certo guardando al fatto cristiano a partire dalla propria esperienza, ognuno, però, si è confrontato con l’avvento di Gesù.
Arthur Rimbaud (1854-1891) è conosciuto come poeta maledetto insieme a Baudelaire e Verlaine. Une Saison en Enfer, ovvero Una stagione all’inferno, viene stampata nel 1873, l’anno della furibonda lite con l’amico Verlaine che lo ferirà al polso con un colpo di pistola. L’opera contribuirà a creare il mito del poeta geniale e maudit. In maniera sorprendente, nella raccolta incontriamo la poesia «Natale sulla Terra». Recita così: «Dallo stesso deserto,/ nella stessa notte,/ sempre i miei occhi stanchi si destano/ alla stella d’argento,/ sempre,/ senza che si commuovano i Re della vita,/ i tre magi, cuore, anima, spirito. Quando/ ce ne andremo di là/ dalle rive e dai monti,/ a salutare la nascita del nuovo lavoro,/ la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni,/ la fine della superstizione,/ ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!». Si avvertono, qui, il senso di solitudine, la stanchezza, ma, nel contempo, il desiderio del viaggio, la speranza di incontrare quella saggezza nuova sulla Terra che renda nuove tutte le cose. È l’annuncio del mondo nuovo, che possa incominciare per ciascuno di noi già in questo mondo. Gesù è il Regno di Dio, è la speranza dell’uomo nuovo, rigenerato, perché redento.  Rimbaud avrebbe, di lì a poco, intrapreso un viaggio, lontano dall’Europa, alla ricerca, forse, di qualcosa che potesse rendere nuova la sua vita. Vivrà una vita errabonda, alla continua ricerca, sempre annoiato, come scriverà lui stesso nelle lettere dall’Africa, da quei piaceri che la vita offre.
Umberto Saba (1883-1957) è animato da una religiosità di stampo panteistico, da un riconoscimento della presenza del divino nelle piccole cose e nelle umili creature. Tutti ricorderanno la poesia «A mia moglie» in cui Saba paragona Carolina (nelle poesie Lina) alle femmine degli altri animali: «E così nella pecchia/ ti ritrovo, ed in tutte/ le femmine di tutti/ i sereni animali/ che avvicinano a Dio;/e in nessun’altra donna». Questo tipo di religiosità il poeta trasfonde anche nel componimento «A Gesù Bambino»: «La notte è scesa/ e brilla la cometa/  che ha segnato il cammino./ Sono davanti a Te, Santo Bambino!// Tu, Re dell’universo,/ ci hai insegnato/ che tutte le creature sono uguali,/ che le distingue solo la bontà,/ tesoro immenso,/ dato al povero e al ricco.// Gesù, fa’ ch’io sia buono,/ che in cuore non abbia che dolcezza./ Fa’ che il tuo dono/ s’accresca in me ogni giorno/ e intorno lo diffonda,/ nel Tuo nome». Gesù è qui apostrofato come Re dell’universo, un dono che ci rende responsabili e missionari, come i primi apostoli. Negli ultimi anni di vita Saba si converte al cattolicesimo.
Salvatore Quasimodo (1901-1969), così attento anche alle vicende del suo tempo, alla guerra e alla violenza che imperversa nel mondo, in «Uomo del mio tempo» vede gli odierni abitanti della Terra simili a Caino, all’uomo che ha ucciso il proprio fratello. Nel «Natale» scrive: «Non v’è pace nel cuore dell’uomo./ Anche con Cristo e sono venti secoli/ il fratello si scaglia sul fratello». La morte di Cristo si ripete ogni giorno e il poeta si domanda: «Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino/ che morirà poi in croce fra due ladri?». Quella pace che Quasimodo vede nel presepe è invocata anche nella vita di tutti i giorni, non è la pace dell’uomo, senza giustizia e senza amore, ma è la « Pace nel cuore di Cristo in eterno».
Altri grandi di fronte alla nascita di Gesù
Un secolo prima di G. d’Annunzio, dopo la conversione, A. Manzoni (1785-1873) dedica gli «Inni sacri» ai momenti principali della vita di Gesù. In «Natale» il poeta, dopo essersi soffermato sulla redenzione del peccato originale, esclama: «Ecco ci è nato un Pargolo,/ ci fu largito un Figlio:/ […] all’uom la mano Ei porge,/ che sì ravviva, e sorge/ oltre l’antico onor». Manzoni si commuove per un evento così grande, quello di un Dio che si è degnato di farsi povera carne: «E Tu degnasti assumere/ questa creata argilla?/ qual merto suo, qual grazia/ a tanto onor sortilla/ se in suo consiglio ascoso/ vince il perdon, pietoso/ immensamente Egli è». Il Figlio di Dio si è rivelato ai semplici, ai pastori che «senza indugiar, cercarono/ l’albergo poveretto/ que’ fortunati, e videro,/ siccome a lor fu detto/ videro in panni avvolto,/ in un presepe accolto,/ vagire il Re del Ciel». Molti non sanno che Lui è nato, allora duemila anni fa, come oggi. Non attendono la  sua venuta, non lo credono a noi contemporaneo, lo pensano una bella favola o ancor di più lo hanno cancellato dalla memoria: «Dormi, o Celeste: i popoli/ chi nato sia non sanno;/ ma il dì verrà che nobile/ retaggio tuo saranno;/ che in quell’umil riposo,/ che nella polve ascoso,/conosceranno il Re». Un giorno tutti sapranno e Lo riconosceranno. Quest’inno risale al 1813. Vent’anni dopo, nel 1833, proprio nel giorno di Natale morirà l’amata moglie Enrichetta Blondel. Per la circostanza comporrà, incompiuto, l’inno sacro «Il Natale del 1833».
I suoi pensieri proveranno a tradursi in parola, ma inutilmente. Entrambe le redazioni che scaturirono, quella pressoché immediata e quella redatta nel 1835, saranno incomplete. Il Mistero della morte proprio in concomitanza del Mistero della nascita del Salvatore è, se possibile, ancor più foriero di dolore e di domanda. Nella seconda stesura, composta da cinque stanze, Manzoni parla direttamente con il Mistero che si è fatto carne, Gesù, apostrofandolo con il «Tu». Se ne «Il 5 maggio» era il Dio che “atterra e suscita” ora è un Dio  ancor bambino, ma pur sempre “terribile” e “severo” nei suoi giudizi imperscrutabili. Così Manzoni si rivolge a Lui: “Tu pur nasci a piangere,/ ma da quel cor ferito/ sorgerà pure un gemito,/ un prego inesaudito”. Gesù salirà sul monte per morire crocefisso. Manzoni non trova parole adeguate, ma dialoga con il Mistero fattosi carne e che ha condiviso con noi la miseria umana per avere da Lui risposte. È un dialogo vissuto nell’attesa che questo Dio si riveli anche lì, in quel dolore. Nella lettera al Granduca di Toscana, scritta due mesi dopo la morte della moglie, Manzoni scrive: «Confesso che mi pareva che dal sentimento dell’amore fosse agevole immaginare il sentimento della perdita, ma veggo ora che la sventura è una rivelazione tanto più nuova quanto più è grave e terribile». Al Granduca che gli scriverà più tardi «quanto ci sia di misericordia» in ciò che «il Signore comanda» Manzoni replicherà: «Il cuore mormora, quasi senza avvedersene, anche quando la ragione adora». La reazione di Manzoni all’evento del trapasso della moglie è una domanda, un grido, qui espresso come un mormorio rivolto al Mistero, pronunciato di fronte ad una presenza.
Dino Buzzati (1906-1972) racconta di un prete, don Valentino, che nella santa notte si trova nella Cattedrale. Ad un tratto sente bussare alla porta. Entra un poveretto che, sorpreso, esclama: «Che quantità di Dio! Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale». Ma il prete non accoglie la richiesta del povero mendicante, preso com’è dall’egoismo e dal desiderio di tenere Dio tutto per la cattedrale. Tutto ad un tratto, dopo il misero rifiuto, Dio scompare dalla sua vista. «Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso». Allora don Valentino esce dalla cattedrale e si reca nei posti dove pensa di poter trovare un po’ di Dio, ma non Lo trova oppure trova solo l’egoismo di persone che non vogliono donare agli altri un po’ di amore. Persino in una casa in cui una famiglia è lietamente riunita per celebrare l’avvento di Gesù il capofamiglia risponde: «Caro il mio Valentino. Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero fare a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino».
Sconsolato per non essere riuscito a ritrovare un po’ di Dio da riportare nella cattedrale, don Valentino continua a vagare e senza volerlo ritorna proprio lì nella cattedrale e trova l’arcivescovo che lo saluta.
«Buon Natale a te, don Valentino» esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. «Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?». Dio era rimasto lì nella cattedrale. Il nostro male non allontana Dio, ma spesso ci annebbia la vista tanto che non ci permette di riconoscerLo presente. Dobbiamo imparare a non scandalizzarci della nostra miseria e del nostro peccato, ma a guardare Lui, un bimbo che arriva per noi e che si è commosso per il nostro niente

mercoledì 6 dicembre 2017

Un Ungaretti poco noto

Un Ungaretti poco noto

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Giuseppe_Ungaretti_(basco) (1)
di Francesco Agnoli

Pasqua 1928: Giuseppe Ungaretti – il grande poeta da tutti conosciuto per le sue poesie scritte al fronte durante la prima guerra mondiale-, dopo un periodo trascorso a Subiaco, approda “definitivamente” alla fede cattolica. Suggella la sua conversione con una poesia, La pietà, che inizia con un’ ammissione, “Sono un uomo ferito”, e continua con versi di questo tenore: “Non ne posso più di stare murato/nel desiderio senza amore/…Fulmina le mie povere emozioni/liberami dall’inquietudine. Sono stanco di urlare senza voce…”.

La conversione di Ungaretti non giunge all’improvviso. Da giovane, come quasi tutti gli uomini di cultura italiani, si innamora del socialismo. Sono gli anni in cui la religione è sostituita dalla politica. La politica è vista come la strada verso la salvezza; è l’azione vera; è la via e la vita. Lo pensano Ungaretti, Mussolini, Battisti, Marinetti e tanti altri.
Pagheremo questa illusione con la prima guerra mondiale e con i suoi figli: comunismo, nazionalsocialismo e fascismo. Cioè con le religione atee della politica. Con l’uomo faber salutis suae; con il sogno di edificare il paradiso in terra. Sogno che genererà l’inferno dei gulag comunisti, dei lager nazisti e la seconda guerra mondiale.
Ungaretti è pienamente figlio di questo tempo. Uno dei tanti socialisti o nazionalisti o nazional-socialisti ante litteram che si gettano con entusiasmo nella prima guerra mondiale, in quell’inutile carneficina che inaugurerà la graduale autodistruzione dell’Europa. Questa guerra, pensa Ungaretti, porrà fine a tutte le guerre. Incendierà il mondo vecchio, per creare il mondo nuovo.
Ma non esiste solo l’utopia; ci sono anche i fatti. Al fronte, sulle montagne del Carso, sull’Isonzo, Ungaretti depone l’ideologia, perché tocca con mano la realtà: l’odio, la morte, la distruzione, la carne dilaniata dei compagni uccisi; ma anche la speranza, l’attaccamento alla vita, il rapporto di solidarietà tra i commilitoni, e il senso di Dio.
Qui, infatti, nel dolore e nella durezza di ogni giorno, Dio riaffiora. Nasce così una poesia poco studiata, benché contenuta nella celebre raccolta “L’Allegria”. E’ del 1916, e si intitola Dannazione. Sono pochi, bellissimi versi: “Chiuso tra cose mortali/ (anche il cielo stellato finirà)/ perché bramo Dio?”.
Il sentimento religioso è già tutto qui: ogni cosa muore, persino “i cieli, passeranno”; eppure nell’uomo, e solo in lui, vi è il desiderio di Dio. Un desiderio che non può rimanere “murato”, e che non può neppure essere saziato da cose, ideologie, illusioni mortali.
L’uomo desidera nulla di meno di Dio, del Bene, della Verità. Desidera nulla di meno dell’Amore. E questo desiderio, potremmo chiosare, balzando dalla poesia alla filosofia, trascende la nostra carne: non viene dai nostri atomi, nè dal nostro intestino. Sgorga dalla nostra anima immortale.
In una nota a Sentimento del tempo, Ungaretti scrive:La sensazione dell’assenza radicale dell’essere è forse, in realtà, sensazione dell’assenza divina? Solo Dio può sopprimere il vuoto, essendo, Egli, l’Essere, essendo, Egli, la Plenitudine? E’ il sentimento dell’assenza di Dio in noi, rappresentato non simbolicamente, rappresentato, in realtà, da quell’orrore del vuoto, da quella vertigine, da quel terrore? Michelangelo e alcuni uomini dalla fine del ‘400 sino al ‘700 avevano, in Italia, quel sentimento, il sentimento dell’orrore del vuoto, cioè dell’orrore di un mondo privo di Dio”.
Nel 1931, già convertito, Ungaretti scrive un’altra poesia intitolata, come quella del 1916, Dannazione, ma molto più lunga. Sono riflessioni dell’uomo di fede che vacilla, che sente di poter di perdere il tesoro trovato, e che nel contempo ha una consapevolezza ormai incancellabile del suo valore: “Quest’anima/ che sa le vanità del cuore/e perfide ne sa le tentazioni/e del mondo conosce la misura/ e i piani della nostra mente giudica tracotanza,/ perché non può soffrire/ se non rapimenti terreni?/ Tu non mi guardi più, Signore…/E non cerco se non oblio/ nella cecità della carne”.
La carne: cioè gli inganni del mondo, le tentazioni che distolgono l’uomo dal vero oggetto del suo desiderio, che lo accecano; ma anche la realtà, il dolore, la gioia vera sperimentata nella vita concreta. Così, in Pietà, il poeta, memore del detto cristiano “caro cardo salutis est” (la carne è il cardine della salvezza), innalza una preghiera:“Purificante amore/ fa ancora che sia scala di riscatto/la carne ingannatrice”.
In generale, per Ungaretti, la Passione precede la Pasqua. E l’uomo che sa vedere oltre la sconfitta, il dolore, la morte, comprende che quello di Cristo è “un amore non vano”; capisce che Cristo è sempre accanto all’uomo, anche là dove il suo nome viene apertamente rinnegato e combattuto.
Lo ribadirà anche nel pieno della seconda guerra mondiale (1944), in Mio fiume anche tu, avendo come sfondo un’altra guerra, l’occupazione di Roma, gli stermini: “… Vedo ora nella notte triste, imparo,/ So che l’inferno s’apre sulla terra/Su misura di quanto/ L’uomo si sottrae, folle,/ Alla purezza della Tua passione…/Cristo, pensoso palpito,/Astro incarnato nell’umane tenebre,/Fratello che t’immoli/ Perennemente per riedificare/ Umanamente l’uomo,/Santo, Santo che soffri,/Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,/Santo, Santo che soffri/ Per liberare dalla morte i morti/ E sorreggere noi infelici vivi,/ D’un pianto solo mio non piango più,/Ecco, Ti chiamo, Santo,/ Santo, Santo che soffri”.

(da “La Croce Quotidiano”)

fonte Libertà e Persona

martedì 5 dicembre 2017

– Se Dio non esiste, tutto è permesso». Quella verità tremenda con cui non vogliamo fare i conti


– Se Dio non esiste, tutto è permesso».
 Quella verità tremenda con cui non vogliamo fare i conti

Dostoevskij ci presenta la teoria di Ivan Karamazov, il quale afferma che “se Dio non esiste, tutto è permesso” e sottolinea lo stretto rapporto fra la negazione di Dio e la divinizzazione dell’uomo.

M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov

Come, rimpiangi Dio?

– Immaginati che qui, nei nervi… nella testa, cioè nel cervello, ci sono dei nervi… e in questi nervi (che il diavolo li porti!) ci sono certe fibrille; ebbene, non appena esse si mettono a vibrare… cioè, vedi, io guardo qualcosa con gli occhi cosí, esse vibrano, quelle fibrille, e, quando vibrano, si forma un’immagine, e non subito, ma in capo a un istante, a un secondo, viene un certo momento, cioè non un momento, (che il diavolo li porti!) ma si forma un’immagine, di un oggetto cioè o di un’azione, insomma, al diavolo!, ecco perché io percepisco, e poi penso… grazie a quelle fibrille, e non perché io abbia un’anima e sia fatto a immagine e somiglianza, tutte queste sono sciocchezze. Michaíl mi spiegava ciò ancora ieri, fratello, e io rimasi come scottato. Magnifica, Aljòsa, questa scienza! Ne verrà fuori un uomo nuovo, questo lo capisco… Ma tuttavia rimpiango Dio!

– È bene anche questo, – disse Aljòsa.

– Che io rimpianga Dio? La chimica, fratello, la chimica! Non c’è niente da fare, Vostra Reverenza, fatevi in là, passa la chimica! E Rakítin non ama Dio, oh, no! È il punto debole di tutti costoro! Ma lo nascondono. Mentiscono. Fingono. “Ebbene, esporrai queste cose nelle tue critiche?” gli domandò. – “Parlar chiaro non mi lasceranno”, dice ridendo. – “Ma allora, domando, che sarà dell’uomo? Senza Dio e senza vita futura? Tutto è permesso dunque, tutto è lecito?”

[…]

Secondo me, non c’è nulla da distruggere, fuorché l’idea di Dio nell’umanità; ecco di dove occorre cominciare! È di qui, di qui che si deve partire, o ciechi, che non capite nulla! Una volta che l’umanità intera abbia rinnegato Dio (e io credo che tale epoca, a somiglianza delle epoche geologiche, verrà un giorno), tutta la vecchia concezione cadrà da sé, senza bisogno di antropofagia, e soprattutto cadrà la vecchia morale, e tutto si rinnoverà. Gli uomini si uniranno per prendere alla vita tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità di questo mondo. L’uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico, e apparirà l’uomo-dio. Trionfando senza posa e senza limiti della natura, mercé la sua volontà e la sua scienza, l’uomo per ciò solo proverà ad ogni istante un godimento cosí alto da tenere per lui il posto di tutte le vecchie speranze di gioie celesti. Ognuno saprà di essere per intero mortale, senza resurrezione possibile, e accoglierà la morte con tranquilla fierezza, come un dio. Per fierezza comprenderà di non dover mormorare perché la vita è solo un attimo, e amerà il fratello suo senza ricompensa. L’amore non riempirà che un attimo di vita, ma la stessa consapevolezza di questa sua fugacità ne rinforzerà altrettanto l’ardore quanto prima esso si disperdeva nelle speranze di un amore d’oltre tomba e infinito…”, e via di questo passo. Delizioso!

Ivàn se ne stava seduto, tappandosi gli orecchi con le mani e guardando a terra, ma prese a tremare in tutto il corpo. L’ospite proseguí.

– La questione, diceva il mio giovane pensatore, ora sta in questo: è possibile che una simile epoca abbia un giorno a spuntare? Se spunterà, tutto sarà deciso e l’umanità si darà il suo assetto definitivo. Ma siccome, data l’inveterata stoltezza umana, a tale assetto non si verrà nemmeno in un migliaio d’anni, cosí a chiunque già oggi abbia coscienza della verità è lecito regolarsi come piú gli fa comodo, in base ai nuovi princípi. In questo senso “tutto gli è permesso”. Non basta: se anche quell’epoca non dovesse venir mai, poiché a ogni modo Dio e l’immortalità non esistono, all’uomo nuovo è lecito diventare un uomo-dio (dovesse pur esser l’unico al mondo) e poi, s’intende, nella sua nuova qualità, scavalcare a cuor leggero tutte le vecchie barriere morali dell’uomo-schiavo, se sarà necessario. Per Dio non c’è legge! Ovunque Iddio si metta, quello è il suo posto! Ovunque io mi metta, quello diventa subito il primo posto… “tutto è lecito” e basta!

M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. II, pagg. 619, 623 e 680-681

«Se Dio non esiste, tutto è permesso». Quella verità tremenda con cui ...


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venerdì 1 dicembre 2017

Il filosofo: «L'indifferenza avvolge cattolici e laici, non hanno presente il significato sconvolgente della festa»



Il filosofo: «L'indifferenza avvolge cattolici e laici, non hanno presente il significato sconvolgente della festa»
Il Natale. Massimo Cacciari è un crescendo stizzito, quasi una filastrocca di imprecazioni: «Il Natale dei panettoni, il Natale delle pubblicità, il Natale dei soldi. Il Natale oggi è una festina». E nel dirlo si avverte la smorfia di disgusto. La cronaca è un susseguirsi di episodi mortificanti: la scuola che abolisce il presepe nel segno del politicamente corretto, il parroco che ha paura di celebrare la messa di mezzanotte, la comunità che rinuncia ai canti tradizionali per non urtare l'altrui sensibilità. Il filosofo si spazientisce di nuovo, poi taglia corto come una ghigliottina: «Sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale».
Professore, vuole provocare?
«No, la verità è che l'indifferenza regna sovrana e avvolge un po' tutti: i laici e i cattolici».
D'accordo, c'è un Natale dei pacchi e dei regali e poi?
«E poi, io che non sono credente mi interrogo: c'è un simbolo che ha dato un contributo straordinario alla nostra storia, alla nostra civiltà, alla nostra sensibilità».
Che cosa è per lei il cristianesimo?
«Il cristianesimo è una parte fondamentale del mio percorso, della mia vicenda, è qualcosa con cui mi confronto tutti i giorni».
Perché laici e cattolici oggi balbettano davanti all'evento che tagliato in due la storia?
«Perché non riflettono, perché non fanno memoria di questa storia così sconvolgente».
Dio che si fa uomo.
«Capisce? Non Dio che stabilisce una relazione con gli uomini, ma Dio che viene sulla terra attraverso Cristo. Vertiginoso».
Forse per lei e pochi altri.
«Appunto. La nostra società è anestetizzata, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini».
Insomma non si difende più il Natale, come ha scritto sul «Giornale» Alessandro Sallusti, perché non si sa più cosa è il Natale?
«Esatto. Se posso generalizzare, e so che da qualche parte ci sono le eccezioni, il laico non si lascia scalfire da questo scandalo; l'insegnante di religione non trasmette più la forza di questa storia, ma se la cava con una spruzzata di educazione civica e il prete, spesso e volentieri, declama prediche, comode comode e rassicuranti, che sono un invito all'ateismo».
Un disastro.
«Si è perso l'abc. La prima distinzione non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante. Se uno pensa, come pensava il cardinal Martini, allora si interroga e se si interroga prima o poi viene affascinato dal cristianesimo, dal Dio che si fa uomo scandalizzando gli ebrei e l'Islam».
Siamo alle prese con uno scontro di civiltà?
«Ma che scontro. Anche dalle loro parti si è persa la portata profonda del fatto religioso. Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale».
Da dove può partire il dialogo con le altre religioni?
«Il dialogo parte dalla consapevolezza, ma se consapevolezza non c'è, allora prepariamoci al peggio. E infatti i cristiani sono, e so che da qualche parte c'è sempre un resto d'Israele, servi sciocchi del nostro tempo».
Insomma, che cosa manca?
«Manca il brivido davanti a una vicenda cosi grande, incommensurabile. Io vedo nei musei le scolaresche che sostano davanti ai quadri con soggetto religioso».
Ce l'ha pure con i liceali?
«No, ce l'ho con i loro professori e non solo con loro. Questi giovani ricevono nozioni di natura estetica, ma poi se ti avvicini e chiedi loro: chi è quel santo? È il Battista? È Paolo? È Giovanni? Ti guardano con occhi sbarrati, non sanno nulla, sono smemorati come il nostro tempo».
Cacciari, ma lei è sicuro di non credere?
«Il filosofo non può credere».
Questo, con rispetto, lo afferma lei.
«Il filosofo non può accettare la lezione cristiana, però è inquieto e riflette».
Dunque lei prega?
«La ricerca a un certo punto si avvicina alla preghiera. Certo, il fedele è convinto che la sua preghiera sia ascoltata, il filosofo prega il nulla. Però resta stupefatto davanti al mistero. E lo assorbe, come ho fatto nel mio ultimo libro su Maria: Generare Dio. Pensi, una ragazzetta che è madre di Dio. Da non credere, anche per chi ci crede».

lunedì 27 novembre 2017

Il ruolo potente della vitamina K2. Senza di essa, la vitamina D3 diventa tossica!





Il ruolo potente della vitamina K2. 

Senza di essa, la vitamina D3 diventa tossica!


La vitamina D3 non funziona senza la contemporanea aggiunta di vitamina K2. Non solo assunzione di vitamina D3 senza l'aggiunta di vitamina K2 può causare gravi problemi di salute compreso carico dei reni e altri organi.
Per esempio, è importante mantenere il giusto equilibrio tra il magnesio, calcio, vitamina K2 e vitamina D. La mancanza di equilibrio tra queste sostanze nutritive è il motivo per cui gli integratori di calcio sono associati ad un aumentato del rischio di attacchi di cuore e ictus, e per alcune persone la vitamina D si è rivelata tossica.
Il ruolo potente della vitamina K2
Il ruolo potente della vitamina K2
Dott. Leon Schurgers, che da vent’anni dedica gran parte delle sue attenzioni scientifiche alla vitamina K (ne fece oggetto anche della sua tesi di dottorato). Egli ci informa che la vitamina K viene classificata come vitamina K1 e K2. Nel dettaglio:
Vitamina K1: è presente negli ortaggi a foglia verde, arriva in modo diretto alla ghiandola epatica ed è di grande ausilio nel far restare ottimale il sistema di coagulazione sanguigna. La vitamina K1 da una mano anche nel liberare dalla calcificazione i nostri vasi sanguigni e fa sì che le ossa riescano a trattenere il calcio e sviluppino correttamente la struttura cristallina.
Vitamina K2: questa, invece, viene prodotta ad opera di batteri nel nostro intestino, però non è oggetto di assorbimento per cui, purtroppo, viene eliminata insieme con le feci. La vitamina K2 giunge in modo diretto alle pareti dei nostri vasi sanguigni, così come nelle ossa e negli altri tessuti, tranne che nella ghiandola epatica. Si trova anche all’interno degli alimenti che abbiano fermentato, specie nel formaggio. Se ne trova in grandi quantità nel “natto”, che è un cibo giapponese che rappresenta l’alimento più ricco di questa vitamina in assoluto.
La vitamina K è molto famosa per essere indispensabile perché la coagulazione sanguigna sia sempre corretta, e, a questo proposito, il Dott. Leon Schurgers spiega che entrambe le vitamina K (K1 e K2) sono responsabili dell’attivazione di taluni fattori della coagulazione.
Le persone anziane in preda a fibrillazione atriale o che soffrano di trombosi venosa, spesso vengono curati con farmaci ad azione anticoagulante per via orale, antagonisti della vitamina K, cioè che ne inibiscono il riciclo (entrambe, la K1 e la K2).

Ma i benefici della vitamina K vanno ben oltre i meccanismi di coagulazione…

Ma, al di là del controllo della corretta coagulazione sanguigna, la vitamina K apporta anche ben altri benefici: Nel 1980 si scoprì che la vitamina K è indispensabile per l’attivazione di un’altra proteina, e cioè la osteocalcina, la quale è presente nel midollo osseo. Dieci anni dopo, un’altra proteina, sempre vitamina k – dipendente, fu isolata: la proteina Gla (MGP), che fu rilevata nel sistema vascolare. In assenza della vitamina K sia questa che le altre proteine vitamina K – dipendenti resterebbero disattivate e non potrebbero, di conseguenza, svolgere le loro normali funzioni di natura biologica. Altro fattore di grande rilevanza è che MGP ha una fortissima azione inibitrice di calcificazione. Se si disattiva l’MGP il rischio di calcificazioni arteriose anche gravi è notevole, e anche per questo la vitamina K riveste un ruolo di primaria importanza per la salute dell’apparato cardiovascolare. Le ricerche ci dicono che la vitamina K ha la capacità di far regredire eventuali calcificazioni arteriose indotte dalla sua stessa carenza.

Ma quali sono le differenze tra le due forme di vitamina K, K1 e K2?
La vitamina K1 è assai disponibile soprattutto negli ortaggi a foglia verde, tra i quali ricordiamo i cavoli, i broccoli e gli spinaci.
Però è necessario ricordare anche che l’assorbimento della vitamina K1 introdotta con il cibo è molto basso. In realtà solo il dieci percento di essa viene assorbita dall’organismo umano. E non esiste differenza nell’assimilazione dei cibi che la contengano che possa variare questo dato. Questo fatto si è rilevato quando si è iniziata a misurare la quantità di vitamina K2 nei cibi. Si è verificato che la si trovava esclusivamente nei cibi che avessero subito una fermentazione. La K2 era sintetizzata dai batteri durante i processi fermentativi e la quantità totale della K2 nel formaggio, pur se minore di quella della K1 nei vegetali a foglia verde, veniva quasi del tutto assorbita dall’organismo umano.

La vitamina K2 è importante per la salute cardiovascolare

Queste ricerche hanno anche rilevato che le persone che assimilano quantità più elevate di vitamina K2 rischiano molto meno di soffrire di malattie dell’apparato cardiovascolare, corrono molto minori rischi di calcificazione a carico del sistema vascolare ed hanno il più basso indice di mortalità per malattie del cuore. La scoperta riveste grande importanza perché precedentemente la correlazione tra questi dati statistici e la vitamina K2 non era mai stata fatta. Successivamente altre ricerche hanno potuto evidenziare come sia la K2 ad apportare i maggiori benefici per la salute umana, e non la vitamina K1.
Inoltre la vitamina K2 pare essere rilevante per i flussi vascolari cerebrali. Nelle sezioni autoptiche sui soggetti sofferenti di Alzheimer si sono rilevati tantissimi casi di degenerazione a carico dei vasi, cosa che induce a ritenere che sia proprio questo processo degenerativo a carico della vascolarizzazione cerebrale a produrre la sintomatologia dell’Alzheimer. Anche se allo stato attuale non esiste una ricerca specifica sotto questo profilo, sembra comunque evidente che la vitamina k2 sia un ausilio per la prevenzione del morbo di Alzheimer grazie alle azioni che tendono ad evitare la genesi della placca. Alcuni ricercatori affermano che la vitamina K2 abbia un ruolo fondamentale anche nel rilasciare energia cellulare nel paziente parkinsoniano, e quindi sembra risulti anche utilissima nel trattamento del morbo di Parkinson.
Altro ruolo fondamentale della vitamina K2 (potremmo definirla più semplicemente vitamina K, visto che è quella delle due che apporta i maggiori benefici), è nel prevenire la osteoporosi. La vitamina K è fondamentale per la salute delle ossa più in generale. Infatti la osteocalcina, proteina che viene sintetizzata da parte degli osteoblasti, cioè quelle cellule preposte alla formazione delle ossa, ed è proprio una parte fondamentale all’interno del processo di formazione ossea; ma essa va carbossilata prima di diventare attiva e la vitamina K riveste proprio il ruolo di cofattore in aiuto dell’enzima che presiede alla catalizzazione del processo di carbossilazione di questa osteocalcina.

In quali alimenti troviamo la vitamina K2?

La vitamina K2 è un nutriente che non si presenta in elevate concentrazioni negli alimenti che consumiamo comunemente. Infatti la ritroviamo in fagioli di soia fermentati, nel fegato d’oca, in alcuni formaggi ed anche nel latte e nel burro.  In Giappone assumo questa vitamina attraverso un alimento chiamato Natto, a base di fagioli di soia fermentati con Bacilus subtilis (un batterio che si trova nel tratto intestinale degli animali e dell'uomo). È una pietanza che ha un odore e un sapore molto forti e una consistenza viscida. Molti lo mangiano a colazione e, ad oggi, è la pietanza con la più alta concentrazione di vitamina K2.

Alimenti con alta concentrazione di vitamina K2

Natto: piatto giapponese a base di fagioli di soia fermentati.
Formaggio: soprattutto in quello di capra e di pecora e in minor concentrazione in quello di mucca.
Tuorlo d'uovo (meglio se biologico)
Fegatini di pollo e fegato d'oca
Petto di pollo.
Kefir: bevanda ricca di fermenti lattici che si ottiene dalla fermentazione del latte
Al fine di scongiurare la carenza della vitamina K1 la raccomandazione è quella di cibarsi di almeno duecento grammi di verdura ogni giorno. Inoltre sarebbe auspicabile mangiare ogni giorno anche cibi fermentati, in modo da introdurre anche una certa quantità di vitamina K2
Un dosaggio ideale ancora ha da essere calcolato, ma i ricercatori indicano in 350/500 mcg (microgrammi) il fabbisogno quotidiano di vitamina K2. Non è noto alcun effetto indesiderato dovuto ad eventuale dosaggio più elevato, ma, nonostante ciò, il consiglio è quello di attenersi a queste dosi, senza esagerare. Per evitare malattie a carico del sistema cardiocircolatorio sono necessari, comunque, almeno 45 microgrammi ogni giorno (studi scientifici hanno dimostrato che le persona che assumono questa quantità quotidiana di K2 vivono mediamente sette anni più di coloro che ne assumono mediamente 12 microgrammi al giorno).
Alcuni farmaci possono ridurre i livelli di vitamina K: i farmaci che alterano la funzione epatica o distruggono la flora intestinale (per esempio gli antibiotici) oltre quelli che limitano l’assorbimento intestinale. La vitamina K sembra prevenire il riassorbimento osseo (osteoporosi), pertanto un adeguato apporto giornaliero sembra necessario per prevenire la perdita ossea.
Il Warfarin (Coumadin®) è un anticoagulante che disattiva i fattori della coagulazione dipendenti dalla vitamina K. È prescritto dai medici per le persone con rischio di trombosi o condizioni come la fibrillazione atriale, impianto di valvole cardiache artificiali, precedenti di gravi coaguli di sangue, disturbi della coagulazione (ipercoagulabilità) o posizionamento di cateteri. La vitamina K può ridurre gli effetti anticoagulanti del warfarin, pertanto chi si sottopone a tratttamento con questo farmaco deve sapere dove si trova la vitamina K nei cibi e farvi molta attenzione.

domenica 26 novembre 2017







di Francesco Agnoli


L’idea che un personaggio televisivo come Piergiorgio Odifreddi (un ex seminarista convertito al comunismo e all’ateismo militante, senza alcun vero merito scientifico) può far passare, è che tra matematica e religione ci sia una perfetta incomunicabilità. Di qua i numeri, da un’altra parte Dio. La storia della matematica è però lì a dirci il contrario.
Partiamo da Pitagora, il celebre filosofo greco al cui nome è associato il teorema forse più famoso di tutti i tempi, sempre citato al principio di ogni storia della matematica (magari insieme ad Archimede).
laPitagora aveva le idee molto chiare: la matematica non è una invenzione dell’uomo, ma una scoperta. E’ la realtà stessa ad essere intessuta di matematica, fondata sul numero. La filosofia greca coglie l’ordine, la razionalità dell’universo; la filosofia di Pitagora identifica il numero come fonte di questa razionalità. Scrive l’astrofisico italiano Mario Livio nel suo “Dio è un matematico”: “I pitagorici radicavano letteralmente l’universo nella matematica. In effetti per loro Dio non era un matematico ma la matematica era Dio”. Ciò significa che i Pitagorici coglievano come vera sostanza della realtà qualcosa di intangibile, di invisibile; qualcosa che precede la realtà materiale, che la supera e la informa.
Sarà poi Platone, con la sua metafisica, a dare alla matematica un ruolo fondamentale nella conoscenza umana, ritenendo l’esistenza delle realtà matematiche “un fatto oggettivo tanto quanto l’esistenza dell’universo stesso”[1].
Fatto: l’universo fisico esiste, non è capriccioso e caotico, ma ordinato. Riflessione filosofica: la matematica, immateriale, ne rappresenta il fondamento, la sostanza. Si vede bene che siamo, benchè in epoca ancora pagana, sulla strada di una concezione teista, che non pone il mondo “a caso”, ma al contrario, ne riconosce l’ intelligenza, l’armonia, la matematicità.
Da dove viene questa armonia? Per Platone dal mondo metafisico delle idee, e, tramite esse, dall’opera del Demiurgo.
Prima dunque che Galileo scriva che “la matematica è l’alfabeto col quale Dio ha scritto l’universo”; prima che il grande pisano definisca la natura come “il libro…scritto in lingua matematica”- alludendo molto chiaramente, quanto all’autore del libro, ad un Dio Creatore- è evidente a chi affronti questa disciplina che la matematica nasce da un atto di fede nella non assurdità del mondo; da un atto di stupore di fronte al fatto che ciò che ci circonda non è regolato dal capriccio, ma dall’ intuizione, per dirla con Platone, che “Dio geometrizza sempre”.
Scriverà in pieno Novecento il grande matematico cattolico Ennio De Giorgi: “il mondo è fatto di cose visibili e invisibili e la matematica ha forse una capacità, unica tra le altre scienze, di passare dall’osservazione delle cose visibili all’immaginazione delle cose invisibili”.
La matematica dunque ci mette di fronte ad un fatto: l’universo si presenta come qualcosa di intelleggibile alla nostra ragione.
Non è un dato scontato. Per Einstein “il mistero più grande è che il mondo sia comprensibile”, cioè che il pensiero sia in grado di fornire un ordine alle esperienze sensoriali.
Per il premio Nobel L. De Broglie invece “noi non ci meravigliamo abbastanza del fatto che una scienza sia possibile, cioè che la nostra ragione ci fornisca i mezzi per comprendere almeno certi aspetti di ciò che accade attorno a noi”[2].
Non ci meravigliamo abbastanza, si potrebbe chiosare, del fatto che una sola creatura si ponga anzitutto domande che vanno ben al di là dei bisogni primari, delle esigenze che evoluzionisticamente sarebbero necessarie alla sopravvivenza, e che sia in grado di andare al fondo della realtà, a ciò che la regola e la fonda.
Il mistero dell’intelleggibilità del cosmo fa il paio con il mistero di una creatura, e solo quella, che vuole e sa leggere tale intelleggibilità.
A dimostrazione, ne dedurrebbe un credente, che entrambe le ragioni, quella di Dio che fonda l’universo, e quella dell’uomo, fatto “a immagine e somiglianza di Dio”, che lo interpreta e lo penetra, hanno una origine comune.
Sono ben comprensibili, allora, non soltanto la divinizzazione del numero di Pitagora e la metafisica di Platone, ma anche il linguaggio biblico, così spesso ripetuto nell’epoca delle cattedrali: Dio ha fatto l’universo “secondo numero peso e misura” (Sap.11, 20).
Quest’idea appartiene anche alla storia del pensiero medievale, in particolare di quello francescano, tutto intento nello scorgere nella natura, nella sua bellezza, non un ammasso informe, non una materia principio del male, ma i segni della Ragione e della Bontà creatrice.
Di qui l’idea di un grande antenato della scienza moderna, il medievale Roberto Grossatesta, per cui Dio è il “Numerator et Mensurator primus”; oppure il pensiero di san Bonaventura, il quale scriveva: “tutte le cose sono dunque belle e in certo modo dilettevoli; e non vi sono bellezza e diletto senza proporzione, e la proporzione si trova in primo luogo nei numeri: è necessario che tutte le cose abbiano una proporzione numerica e, di conseguenza, il numero è il modello principale nella mente del Creatore e il principale vestigio che, nelle cose, conduce alla Sapienza”[3].
Giovanni Keplero, scopritore delle leggi del moto dei pianeti, non argomenterà in modo dissimile la sua fiducia nella bontà e bellezza della creazione. La sua intuizione di fondo fu infatti che la matematica è “la struttura ontologica dell’Universo”.
Da ciò svilupperà “il suo intero lavoro di astronomo, in cui ritroveremo strettamente intrecciate fra loro l’esplicita ripresa di antiche dottrine pitagoriche e neoplatoniche e una fervente fede cristiana”. Infatti, “certo del fatto che l’intera creazione dipenda da un disegno divino perfetto, Keplero crede di averne trovato il segreto nell’idea che l’Universo sia costruito sulla base di figure geometriche note sin dalla geometria antica con il nome di ‘solidi regolari’…Dietro una tale rappresentazione dell’universo vi è una concezione metafisica ben precisa. Keplero è convinto, infatti, che la stessa mente di Dio sia costituita da idee geometriche originarie di cui la mente dell’uomo diviene partecipe”. “Non è un caso che poi Keplero interpreti in senso trinitario l’intera struttura del cosmo…Ciò che anima Keplero, è utile ricordarlo, non è tanto la convinzione di un meccanicismo originario, quanto l’idea che l’Universo sia pervaso da una armonia matematica divina”[4].
Al punto che Keplero scriveva: “La geometria precede l’origine delle cose, è coeterna alla mente di Dio, è Dio in persona (cosa c’è in Dio che non sia Dio?); la geometria ha fornito a Dio gli archetipi della creazione e fu impiantata nell’uomo contemporaneamente alla somiglianza di Dio”[5].
Sulla stessa scia di Keplero e degli altri grandi pensatori citati, si colloca a ben vedere tutto il pensiero matematico e in generale scientifico, per secoli e secoli, a partire dalle origini.
Sempre la matematica è vista come una scoperta dell’uomo, non come una sua invenzione. Si ritiene cioè che il linguaggio matematico sia efficace, funzioni, non per caso, ma perché coglie l’oggettività di un ordine, l’esistenza di leggi universali: ordine e leggi universali che richiedono un Legislatore supremo. Un Dio “dell’ordine e non della confusione” (“God of order and not of confusion”), come ebbe a dire un altro dei più grandi matematici della storia, Isaac Newton.
Ha scritto il fisico contemporaneo Paul Davies: “Come avviene che le leggi dell’universo siano tali da favorire l’emergenza di menti a loro volta capaci di riflettere e modellare accuratamente queste stesse leggi matematiche? Come è successo che il cervello dell’uomo, che è il sistema fisico più complesso e sviluppato che conosciamo, abbia prodotto tra le sue funzioni più avanzate qualcosa come la matematica, capace di spiegare con tanto successo i sistemi più basilari della realtà fìsica? Perché la mente, che si colloca al culmine dello sviluppo, si ripiega su se stessa e si collega con il livello base dell’esistenza, cioè con l’ordine retto da leggi su cui l’universo è costruito? A mio avviso questo strano loop suggerisce che la mente è qualcosa che è legata ai più fondamentali aspetti della realtà fisica, sicché se vi è un significato o un fine all’esistenza fisica, allora noi, esseri coscienti, siamo di sicuro una parte profonda ed essenziale di questo fine”[6].
Eric T. Bell, autore del celebre volume “I grandi matematici”, inizia la sua narrazione partendo dai filosofi greci, per passare quasi subito a Cartesio (1596-1650) e Pascal (1623-1662). Bell ricorda, di entrambi, la fede esplicita in un Dio Creatore, e il rapporto privilegiato con il celebre matematico padre Mersenne, intorno al quale nasceva in quegli anni l’Accademia Francese di Scienze. Si potrebbero anche ricordare la dimostrazione a priori dell’esistenza di Dio di Cartesio, convinto che “le verità matematiche che voi chiamate eterne sono state stabilite da Dio e ne dipendono interamente”, e la visione profondamente religiosa del matematico Pascal, inventore, tra le altre cose, della prima “calcolatrice”, la “pascalina”. Costui, perfettamente in linea con la teologia medievale, sosteneva da un lato che “la natura ha perfezioni per mostrare che è l’immagine di Dio, e difetti per mostrare che ne è solamente l’immagine” (Pensieri, 580), dall’altro specificava così la sua visione del rapporto tra scienza e fede: “Il Dio dei Cristiani non è un Dio solamente autore delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi, come la pensavano i pagani e gli Epicurei. […] il Dio dei Cristiani è un Dio di amore e di consolazione, è un Dio che riempie l’anima e il cuore di cui Egli s’è impossessato, è un Dio che fa internamente sentire a ognuno la propria miseria e la Sua misericordia infinita, che si unisce con l’intimo della loro anima, che la inonda di umiltà, di gioia, di confidenza, di amore, che li rende incapaci d’avere altro fine che Lui stesso” (Pensieri, 556).
Dopo Cartesio e Pascal, nella lista dei grandi matematici della storia, Bell pone il già citato Newton, e, dopo di lui, Leibniz (1646-1717): siamo sempre di fronte ad un filosofo, metafisico, giurista, fisico e matematico, che oltre a perfezionare il calcolatore già inventato da Pascal e ad offrire un importante contributo al calcolo infinitesimale, era fermamente convinto, sino a dimostrarla a priori, dell’esistenza di Dio, visto come “soggetto di tutte le perfezioni, cioè l’essere perfettissimo”.
Dopo Leibniz, che già a ventun anni aveva scritto un trattatello intitolato “Testimonianza della natura contro gli atei”, Bell ricorda il grande Leonardo Eulero (1707-1783), definito “il matematico più prolifico della storia”: siamo nell’età della nascente miscredenza, degli atei materialisti francesi, alla d’Holbach e alla Diderot.
Eulero, invece, è un fervente protestante che ogni sera raduna la famiglia per leggere insieme brani della Bibbia. Leggiamo un aneddoto curioso su di lui: “Invitato dalla grande Caterina a visitare la sua corte, Diderot consacrava i suoi ozi a convertire i cortigiani all’ateismo; avvertita, l’imperatrice incaricò Eulero di mettere la museruola al frivolo filosofo. Era una missione facile, perché parlare di  matematica a Diderot, era come parlargli cinese…Diderot fu avvertito che un matematico d’ingegno possedeva una dimostrazione algebrica dell’esistenza di Dio e che l’avrebbe esposta davanti a tutta la corte, se avesse desiderato ascoltarla; Diderot accettò con piacere…Eulero si avanzò verso Diderot e gli disse gravemente e con un tono di perfetta convinzione: ‘Signore, a+b alla n, fratto n, uguale a x: dunque Dio esiste: rispondete’.
Questo discorso aveva l’aria di essere sensato agli orecchi di Diderot. Umiliato dalle pazze risate che accolsero il suo silenzio imbarazzato, il povero filosofo domandò a Caterina il permesso di tornare in Francia…”. Sappiamo che Eulero si era limitato a fare un po’ di commedia, in quell’occasione, ma anche che in seguito provò a fornire “due solenni dimostrazioni dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima”[7].
Non interessa qui sapere quanto quelle dimostrazioni siano veramente efficaci, quanto notare che anche Eulero non trasse dai suoi studi matematici motivi per la miscredenza, al contrario! Anche il grande matematico italiano Paolo Ruffini, cattolico fervente, scriveva pochi anni dopo Eulero, nel 1806, una dimostrazione matematica dell’esistenza dell’anima, mentre il matematico napoletano Vincenzo Flauti cercò di dimostrare Dio per via matematica nella sua “Teoria dei miracoli”. Imitato in questo tentativo ardito da George Boole (1818-1864), pioniere della logica matematica, nel suo “Leggi del pensiero” e da uno dei più grandi geni della matematica e della logica di tutti i tempi, Kurt Gödel (1906-1978), il quale tra gli anni ’40 e gli anni ’70 del Novecento, intento com’era “ricondurre il mondo ad unità razionale”, scrisse pagine fitte di formule tese a dimostrare l’esistenza di un Dio non solo come Ente Razionale ma con gli attributi del Dio cristiano[8].
Gödel era filosoficamente un realista, credeva cioè nella matematica come scoperta (“le leggi della natura sono a priori”, non una “creazione umana”); criticava fortemente lo “spirito dei tempi” suoi, improntato al materialismo ed al meccanicismo; da battista luterano qual’era, e da matematico, professava la fede in un Dio trascendente, “nel solco di Leibnitz più che di Spinoza”; sosteneva l’irriducibilità della mente al cervello, dei processi psichici a spiegazioni solamente meccaniche, e affermava che “il cervello è un calcolatore connesso a uno spirito” individuale ed immortale; riteneva “confutabile” l’idea che il cervello umano “sia venuto nel modo darwiniano”, per cause puramente meccaniche e casuali e rifletteva sul fatto che il mondo, dal momento che “ha avuto un inizio e molto probabilmente avrà una fine nel nulla”, non si giustifica da se stesso[9].
Si potrebbe continuare a lungo, nella lista dei grandi matematici credenti, citando Carl Friedrich Gauss (1777-1855)considerato da molti “il principe dei matematici”, che fu un uomo dalla natura profondamente religiosa, abituato a leggere il Nuovo Testamento in lingua greca, convinto che “il mondo sarebbe un non senso, l’intera creazione una assurdità, senza immortalità” dell’anima e senza Dio[10]; il cecoslovacco Bernad Bolzano (1781-1848), sacerdote cattolico, che diede importanti contributi alla matematica, anticipando alcune idee di Cantor; il norvegese Niels Henrik Abel (1802-1829), figlio e nipote di ecclesiastici protestanti; il tedesco Karl Theodor Wilhelm Weierstrass (1815-1897), un matematico tedesco, spesso chiamato “padre dell’analisi moderna”, di cui portano il nome teoremi, teorie e oggetti matematici, figlio di un protestante convertito al cattolicesimo e cattolico anch’egli (tanto da insegnare in varie scuole cattoliche)[11]; il tedesco Bernhard Riemann (1826-1866), considerato uno dei massimi matematici di sempre, anch’egli figlio di un pastore protestante, che fu sempre spirito “religiosissimo” e devoto[12]
Oppure potremmo citare il grande Georg Cantor (1845-1918), figlio di padre luterano e di madre cattolica, grande appassionato di filosofia e teologia medievale, così simpatizzante per la Chiesa cattolica da desiderare il consenso alla autorità cattolica romana riguardo alle sue speculazioni sui numeri infiniti (speculazioni che confinavano, diciamo così, con la metafisica e la teologia)…



[1] Mario Livio, “Dio è un matematico”, Rizzoli, Milano, 2009, p.48, 49.
[2] L. De Broglie, “Fisica e Metafisica”, Einaudi, Torino, 1950, p.216.
[3] Citato in Stefano Zecchi, “Storia dell’estetica”, vol.I, Il Mulino, Bologna, 1995, p. 159.
[4] Costantino Esposito, Pasquale Porro, “Filosofia moderna”, Laterza, Bari, 2009, p. 67-69.
[5] Citato in R. Timossi, “Dio e la scienza moderna”, Mondadori, Milano, 1999, p.41.
[6] Citato in Bersanelli-Gargantini, “Solo lo stupore conosce”, op.cit.
[7] E. Bell, “I grandi matematici”, Sansoni, Firenze, 1966, p.147-148.
[8] R. G. Timossi, “Prove logiche dell’esistenza di Dio da Anselmo d’Aosta a Kurt Gödel. Storia critica degli argomenti ontologici”, Marietti 1820, Genova Milano, 2005.
[9] Gabriele Lolli, “Sotto il segno di Gödel”, Il Mulino, Bologna, 2007, in particolare cap. VIII. Lolli ricorda anche quattro lettere scritte da Gödel alla madre, nel 1961, per esprimere “le sue ragioni per credere in un’altra vita”, mentre ad un amico malato, Gödel scriveva: “L’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite…”.
[10] G. Waldo Dunnington, “Carl Friedrich Gauss: Titan of Science, The Mathematical Association of America, 2004, pp. 298-311. Dunnington riporta questa frase di Gauss: “Ci sono domande le cui risposte io porrei ad un valore infinitamente più alto che quello della matematica, per esempio quelle riguardanti l’etica, o il nostro rapporto con Dio, il nostro destino ed il nostro futuro; ma la loro soluzione resta irraggiungibile sopra di noi, fuori dall’area di competenza della scienza”. Inoltre nota il biografo che il grande matematico amava moltissimo il seguente passo di James Thomson: “Padre di luce e vita! Dio Supremo!/Il Bene insegnami, insegnami Te!/Salvami da follia, vanità e vizi,/da ogni ricerca vana; nutri l’anima/di sapienza, di pace e di virtù -Sacra, carnale, eterna beatitudine!”.
[11] Félix KleinRóbert Hermann, “Development of mathematics in the 19th century”, Math Sci Press, 1979, p.260.
[12] John Derbyshire, “Prime obsession: Bernhard Riemann and the greatest unsolved problem on mathematics”, J. Nenry Press, 2003: viene riportata anche la lapide posta sulla sua tomba, in cui si legge “Qui riposa in Dio Bernhard Riemann…”, e in conclusione una frase di san Paolo: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio