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su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


venerdì 22 settembre 2017

"Milioni di persone hanno deciso di non amare più un essere umano. È meglio amare un cane, un gatto, un pappagallo; è meglio amare una macchina, poiché sono cose che si possono dominare benissimo, laddove nessuna di esse tenta di dominare te. È qualcosa di semplice, non è qualcosa di complesso come potrebbe esserlo con gli esseri umani.......
....La gente si innamora dei cavalli, dei cani, di ogni tipo di animale, delle macchine e degli oggetti in genere. Come mai? Perché essere in amore con gli esseri umani è diventato un vero e proprio inferno, un perenne conflitto: un continuo punzecchiarsi, un vivere l’uno alla gola dell’altro. "Osho

Serva di Dio Dorothy Day Laica, Fondatrice

Serva di Dio Dorothy Day Laica, Fondatrice

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Brooklyn, USA, 8 novembre 1897 - New York, USA, 29 novembre 1980 

giovedì 14 settembre 2017

sulla bellezza Dostoevskij

 sulla bellezza Dostoevskij 
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(e Rainer M. Rilke: "La bellezza è l'inizio del tremendo").

"La bellezza!
Non posso tollerare che un uomo, per giunta di cuore nobilissimo e di alto ingegno, cominci con l’ideale della Madonna e finisca con quello di Sodoma.
E ancor più terribile è quando, con l’ideale di Sodoma già nell’animo, non rinnega l’ideale della Madonna e il suo cuore ne arde, ne arde veramente come negli anni puri della giovinezza.
No, è vasto l’uomo, persino troppo vasto; io lo ridurrei.
Ecco, lo sa il diavolo che cosa realmente è!
Quel che alla mente pare una vergogna, per il cuore non è che bellezza.
Ma in Sodoma vi è bellezza? Credimi, è proprio lì che risiede per la grande maggioranza degli uomini – lo conoscevi questo segreto o no?
E’ spaventoso che la bellezza sia non solo una cosa terribile, ma anche misteriosa.
Qui è il diavolo a lottare con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini".

(F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov – libro III – “i lussuriosi”)

Julián Carrón: "Emergenza educativa"

Julián Carrón: "Emergenza educativa"


AIC propone il testo dell'intervento di Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, all'incontro di presentazione del libro di Antonio Polito "Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli" (Rizzoli, 2012) a cura del Centro Culturale di Milano, lo scorso 25 gennaio 2013 a Milano. Leggi di seguito il testo dell'intervento di Julián Carrón: Ringrazio prima di tutto Antonio Polito per questo invito di cui mi sento veramente onorato. Il libro che presentiamo oggi (Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli, di Antonio Polito) è un grido, una provocazione, una domanda: ma dove stiamo portando i nostri figli?
Tanti genitori si ritroveranno in questo interrogativo. È una domanda che in non pochi casi diventa preoccupazione, e a volte angoscia, perché molti non sanno da che parte girarsi, dove guardare per uscire dall’’impasse in cui a volte si trovano. Questo è un segno palese della confusione che domina il nostro tempo, in cui pure abbiamo visto nascere, crescere, svilupparsi tante cose belle, tante conquiste della scienza, ma alla cosa più cara, i nostri figli, non sappiamo offrire qualcosa di veramente significativo affinché possano orientarsi in mezzo alla confusione in cui si trovano a vivere. Siamo davanti al libro di un osservatore acuto, che coglie la sfida più grande che la società si trova ad affrontare, cioè la sfida educativa, rispetto alla quale le altre, quella economica, sociale e politica, non sono che conseguenze. Ma Antonio non identifica solo la sfida, ma anche l’’origine di essa: i padri. O, più genericamente, gli adulti siano essi padri, educatori, maestri o preti , che non sono stati in grado di offrire un’’ipotesi di risposta all’’altezza del bisogno dei figli. L’’Autore pone la questione in modo tranchant fin dalle prime pagine del libro: «Chi di noi padri […...] può negare a se stesso la verità, e cioè che tutto intorno a noi ci dice che è l’’educazione (intesa in un senso molto più ampio della semplice istruzione) il fattore cruciale per la riuscita di una comunità e, al suo interno, dei nostri ragazzi? E allora perché abbiamo completamente abdicato alla nostra funzione educativa per trasformarci in goffi sindacalisti dei nostri figli?» (p. 16). Questa è la sfida. Come si documenta questa abdicazione dei padri alla loro funzione educativa? Sostanzialmente in due modi.
1) I genitori hanno voluto risparmiare ad ogni costo ai loro figli la fatica del vivere. «Invece che fare i genitori, ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti dei nostri figli, sempre pronti a batterci affinché venga loro spianata la strada verso il nulla [parole forti], perché non c’’è meta ambiziosa la cui strada non sia impervia. È un grande fenomeno culturale, e sempre più è un tratto del carattere nazionale […...]. Ed è un grande fattore di freno alla crescita non solo economica ma anche psicologica della nazione» (p. 21). Cioè, invece di lanciarli verso una meta ambiziosa corrispondente al loro bisogno, al loro cuore, anche se la strada è impervia, abbiamo preferito spianare loro la strada perché non dovessero impegnarsi troppo, per evitare la fatica della salita. Invece dello Stay hungry, Stay foolish (restate affamati, restate folli) di Steve Jobs, nel suo famoso discorso all’’Università di Standford, abbiamo preferito il «restate sazi, restate conformisti» (p. 12).
«La colpa è nostra. I veri bamboccioni siamo noi» (p. 23), scrive Polito. Abbiamo perseguito un modello sociale tutto teso a rendere facile la vita ai nostri ragazzi, senza accorgerci che così, in nome dei nostri figli, li abbiamo rovinati. «Affamati non vogliamo che siano nemmeno per un istante. Abbiamo anzi costruito le nostre vite e la nostra società in funzione del loro nutrimento. […...] In funzione della protezione dei figli dal bisogno, con conseguenze sociali rilevanti e non sempre positive» (pp. 12-13). Si è vissuto «un malinteso senso di protezione verso i nostri figli; malinteso perché in realtà tradisce una sfiducia collettiva nei loro mezzi, la paura di lasciarli nuotare con le loro forze il prima possibile. E questa sfiducia loro la sentono, e ne deprime l’’autostima» (p. 20). Mi sembrano affermazioni acutissime di come noi, facendo così, diamo un giudizio sulle loro capacità, sulle loro possibilità di essere se stessi, di crescere, di svilupparsi. Non lo diciamo così esplicitamente, ma loro colgono comunque questo giudizio. In terzo luogo, abbiamo praticato un malefico paternalismo. «Società della pantofola», la chiama Antonio, tutta protesa a preservare i giovani da ogni sforzo. Mi colpisce la sintonia con quanto diceva don Giussani nel 1992, in una intervista al Corriere della Sera: «Mi spaventa […...] l’’Italia. […...] È una situazione civile dove non c’’è un ideale adeguato, dove non c’’è nulla che ecceda l’’aspetto utilitaristico. Un utilitarismo perseguito senza alcun punto di fuga ideale. Questo non può durare. Il timore è che si scatenino conflitti senza fine. […...] Perché è successo tutto questo? Lei lo può dire dopo aver visto crescere tante generazioni. Qual è stato il fattore scatenante di una simile caduta, di un simile peggioramento? A tutte queste generazioni di uomini non è stato proposto niente. Eccetto una cosa: l’’apprensione utilitaristica dei padri. Il
Sta parlando del dio denaro?  dio denaro o una sicurezza di vita agiata, di vita senza rischi. E fatta solamente di cose, senza rischio alcuno. […...] Chissà se questo desiderio di rendere meno difficile la vita dei propri figli, o di un dato gruppo di persone, sfondi a un certo punto l’’orizzonte. Cioè, se chi ha questo desiderio capisca che, per poterlo realizzare, ha bisogno di un ideale, di una speranza». I padri pensavano che, risparmiando loro lo sforzo e proteggendoli dal bisogno, stavano facendo il bene dei figli, quando in realtà stavano spianando loro la strada verso il nulla. Quando questa mentalità vince, il risultato è quello di cui parlava Pietro Citati in un articolo apparso qualche anno fa su la Repubblica e dedicato alla generazione dei giovani d’’oggi, dal titolo «Gli eterni adolescenti», in cui faceva un ritratto quasi spietato del risultato che produce la vittoria di questa mentalità. Scriveva Citati: «Un tempo, si diventava adulti prestissimo. Oggi c’’è una continua corsa all’’immaturità. Un tempo, […...] a tutti i costi, un ragazzo diventava maturo. […...] Conquistare la maturità era una rinuncia […...]. [Oggi i giovani] non sanno chi sono. Forse non vogliono saperlo: si chiedono sempre quale sia il loro io, […...] amano […...] l’’indecisione! Non dire mai sì e mai no: sostare sempre davanti a una soglia che, forse, non si aprirà mai. […...] Non hanno volontà: non desiderano agire […...]. Preferiscono restare passivi. […...] Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L’’unico loro tempo è una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia». A questo articolo aveva fatto seguito una risposta di Eugenio Scalfari, il quale sosteneva: «La ferita [in questi giovani] è stata la perdita dell’’identità e della memoria» forse perché qualcuno aveva tolto questa identità. È singolare: prima fanno di tutto per fare perdere loro l’’identità e poi si lamentano del fatto che hanno perso l’’identità. «La ferita è stata il silenzio dei padri troppo impegnati nella conquista del successo e del potere. […...] La ferita è stata la noia, l’’invincibile noia, la noia esistenziale che ha ucciso il tempo e la storia, le passioni e le speranze. […...] Non vedo quella profonda melanconia che c’’è nei giovani volti del Rinascimento dipinti dal Lotto e dal Tiziano. […...] Io vedo occhi stupefatti, estatici, storditi, fuggitivi, avidi senza desiderio, solitari in mezzo alla folla che li contiene. Io vedo occhi disperati. […...] Eterni bambini. […...] La loro salvezza sta soltanto nei loro cuori. Noi possiamo soltanto guardarli con amore e trepidazione». 
Oggi ci troviamo di fronte a una profonda crisi dell’’umano, che si può riassumere in questo torpore misterioso, in questa invincibile noia, in questo venir meno dell’’umano in cui tante volte ci troviamo quando la mentalità denunciata nel libro stravince. Questa profonda crisi dell’’umano si documenta nella passività di tanti giovani, che sembrano quasi incapaci di interessarsi a qualcosa di veramente significativo, o nello scetticismo di tanti adulti che non mettono davanti a loro qualcosa per cui valga la pena muoversi per uscire da questa situazione. È come se non trovassero degli interessi con cui valesse la pena di coinvolgere fino in fondo la propria umanità. Sembra che niente sia in grado di interessare i giovani fino al punto di metterli in movimento, e allora «l’’impegno verso lo studio diviene minimo, e la noia massima». Ma proprio facendo così, i genitori hanno commesso un errore madornale. Dov’’è stato ed è l’’errore? Nella confusione sulla natura del cuore dell’’uomo. Pensiamo di risolvere noi il problema dei ragazzi, invece di sfidarli sulla loro natura. Quella natura originale, che Leopardi documenta in modo insuperabile: «Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’’universo infinito, e sentire che l’’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana». A questa natura dell’’uomo –– che è la natura dei nostri giovani, e la nostra –– non si può rispondere soltanto con una proposta facilona che non è in grado di interessare e di risvegliare tutta la capacità dell’’io.
2) Questo ci porta al secondo errore denunciato da Antonio Polito, che è riuscito così a identificare l’’altra radice dell’’impostazione educativa che critica nel suo libro, e su questo mi trova molto d’’accordo: l’’origine dei problemi è soprattutto culturale. E qual è l’’errore? Quello che «ha fatto di noi dei pessimi genitori è il pensiero del Novecento. La cui grande scoperta è stata l’’individuazione di forze superumane, fossero esse psichiche, sociali o biologiche, capaci di togliere dalle spalle dell’’uomo la responsabilità delle proprie azioni. Grandi filosofie consolatorie. Come il sistema di pensiero scaturito da Freud, nel quale l’’Io razionale e consapevole, la sede della responsabilità individuale, diventa un povero derelitto in balìa di forze più grandi di lui, [gettando] ““le basi per una riduzione dell’’etica alla psicologia””. (Valeria Egidi Morpurgo). […...] Oppure filosofie come il marxismo, che trasportano sul piano sociale lo stesso meccanismo a responsabilità zero. Ricordate uno dei più celebri assunti? È l’’essere sociale che determina la coscienza, non il contrario. Dunque la nostra coscienza è solo un’’ancella, che va dove la porta il conflitto di classe. E la liberazione dell’’uomo non può che essere il risultato di un processo collettivo che si svolge sopra di noi […...]. Ogni responsabilità individuale è finita, tutto è trasferito a processi e movimenti collettivi. Scrive l’’antropologo Robert Ardrey nel suo The Social Contract:
““Una filosofia che per decenni ci ha indotto a credere che le colpe dell’’uomo devono sempre caricarsi sulle spalle di qualcun’’altro; che la responsabilità di comportamenti dannosi alla società devono sempre attribuirsi alla società stessa; che gli esseri umani nascono non solo perfettibili ma anche identici, per cui qualsiasi grave conflitto tra di loro va addebitato alla gravità delle condizioni ambientali…...””. […...] E infine il darwinismo. […...] Che spiega tutti i comportamenti umani come conseguenze inevitabili della storia evolutiva della specie, e non come scelte più o meno consapevoli degli individui. Paura e coraggio, egoismo e altruismo, pigrizia e intraprendenza: niente di ciò che siamo si può più far risalire all’’educazione che abbiamo ricevuto, all’’esempio che ci è stato offerto, alla cultura in cui abbiamo vissuto. Ma tutto è Natura, tutto ci deriva dai nostri antenati e dagli istinti che si svilupparono nella lotta per la sopravvivenza del più forte» (pp. 26-28). Non so se capiamo la portata di questo errore: l’’uomo, ridotto ai suoi antecedenti biologici e sociologici, diventa un pupazzo, una marionetta in mano alle «forze superumane»; per cui l’’io non c’’è più, l’’io è come un sasso travolto dal torrente di queste forze. L’’«io» come realtà personale, autonoma, con capacità di libertà, in grado di porsi come soggetto nella storia e nelle circostanze non c’’è più, perché tutto è scaricato su antecedenti di ogni tipo, psichici, sociali o biologici. Polito lo chiama l’’oppio della deresponsabilizzazione. Non essendoci l’’io, non essendoci la libertà perché tutto è determinato da questi fattori, quale responsabilità è possibile davanti alle sfide? La conseguenza di questa mentalità è una certa concezione dell’’uomo: «Rousseau definì il bambino ““un perfetto idiota””. E nel 1890 William James descrisse la vita mentale di un neonato come ““una grande, dannata, ronzante confusione””. È a causa di questa presunzione che, convinti di essere in presenza di simpatici ““idioti””, parliamo e agiamo davanti a loro come se non ne fossimo ascoltati, e compresi, e giudicati. Non so voi, ma a me invece non è mai riuscito di stare in una stanza con uno dei miei figli fin dall’’età di sette-otto mesi senza avvertire distintamente addosso a me i suoi cinque sensi spalancati; senza provare l’’inquietante sensazione che dentro quei corpi ancora incapaci di muoversi e di nutrirsi con le loro forze ronzassero perfettamente oliati dei cervelli già funzionanti» (p. 67). Eppure, malgrado tutta la riduzione operata dal pensiero del Novecento, l’’esperienza elementare del rapporto con i nostri figli impedisce questa riduzione. Come se avessimo la percezione, perfino sensibile, di come non li possiamo ridurre a quello a cui di solito li riduciamo, cioè ai nostri pensieri. Continua Polito: «Voi capite bene che se così fosse, allora il nostro comportamento di genitori sarebbe radicalmente sbagliato, e dovrebbe radicalmente cambiare [perché se i ragazzi hanno cervelli funzionanti, qualche cosa deve cambiare]. Non più ““povero bimbo, è troppo piccolo per capire”” […...]. Il bambino capisce, comprende che c’’è una cosa giusta e una sbagliata» (p. 68). Provate a commettere una ingiustizia nei suoi confronti e vedrete se capisce! Provate a trattarlo nel modo sbagliato e vedrete se capisce! Altro che ridotto ai fattori antecedenti di tipo biologico, psicologico, eccetera! Se invece di questo riconoscimento della loro originalità, del fatto che hanno cervelli funzionanti, prevale il dominio di questa mentalità, questo annullamento dell’’io, si lascia campo libero a quelli che Polito chiama i ““cattivi maestri””, che non trovano così alcuna resistenza: «Ci sono in giro altri adulti che fanno danni non minori dei padri. Nel senso che li arrecano a un’’intera generazione di figli. Sono i cattivi maestri, intesi nel senso letterale e non metaforico del termine: gente che cioè insegna male, cose sbagliate, metodi approssimativi, idee perniciose. È il folto gruppo di quei reduci del Sessantotto i quali, invece che in politica o in azienda, hanno ottenuto il loro successo nell’’accademia o nella comunicazione, e che oggi dagli schermi televisivi, dalle edicole o dalle librerie disegnano davanti agli occhi dei nostri giovani il mondo come è e come sarà. È attraverso le loro parole e le loro immagini che i nostri figli apprendono a sperare o a disperare. Perciò il ruolo di questi padri-guru può essere anche più importante di quello dei padri biologici» (pp. 131-133). Antonio giunge a un’’amara conclusione: «Siamo la prima generazione di padri nella storia ad aver elaborato una complessa e altamente egoistica strategia di sopravvivenza attraverso la captatio benevolentiae dei nostri figli. Fingiamo di farlo per il loro bene, ma in realtà lo facciamo per il nostro» (p. 143). E aggiunge: «La nostra società è dunque invecchiata nelle speranze e nelle aspettative, prima ancora che nell’’età anagrafica» (p. 144). Riducendo l’’uomo ai suoi antecedenti biologici, psicologici o sociologici, abbiamo tolto all’’uomo e ai ragazzi la loro dignità, e questo lo esprimiamo nel modo di guardarli, questo giudizio lo leggono nel modo in cui li trattiamo, molto di più di quanto ce ne rendiamo conto. Ma basta un minimo di rapporto con loro perché scopriamo che l’’io c’’è. E che c’’è nell’’io qualcosa di irriducibile a questi fattori: don Giussani la chiamava «esperienza elementare», una esigenza di verità, di bellezza e di giustizia, di felicità, di pienezza, che è il nocciolo dell’’io. E per questo i giovani capiscono, capiscono benissimo, non devono frequentare un corso per vedere quando è ingiusta una modalità di trattarli o quando non vogliamo loro bene o quando non diamo loro tempo. Togliere loro il criterio di giudizio è togliere loro la dignità, perché è come dire: «Tu sei scemo, ti spiego io come stanno le cose!». Ma loro capiscono benissimo che non è così, proprio perché hanno dentro di sé una esperienza elementare, che si esprime come esigenza di verità, di bellezza e di giustizia, per cui non devono andare ad Harvard a fare un corso sulla giustizia per sapere quando sono trattati ingiustamente! Provate a farlo! Perché i nostri figli, i nostri ragazzi sono spietati su questo. Noi siamo dei dilettanti rispetto alla chiarezza del giudizio che hanno loro sulle cose. Ma noi pensiamo che siano scemi. Invece che differenza, che diversità quando li trattiamo per quello che sono! Ma, come dice il Papa, è successo [in molte persone molto capaci] uno «strano oscuramento del pensiero», quello che è elementare non lo vediamo più. E con questo oscuramento del pensiero riduciamo la loro dignità, la loro capacità di essere, il loro io con tutta la sua possibilità di evolvere e restringiamo allo stesso tempo il nostro concetto di amore, che non è soltanto cortesia e gentilezza, ma è amore nella verità. 
Se la situazione è questa, da dove ripartire? Dal «punto infiammato [dell’’animo], il locus di tutta la mia coscienza», di cui parlava Cesare Pavese. Da quei cervelli funzionanti, da quel cuore che non può essere ridotto ai fattori antecedenti, il cuore con le sue esigenze e con le sue attese. È questa attesa che deve trovare una riposta adeguata. È intorno a questo punto infiammato che può ruotare una proposta veramente corrispondente all’’umano. Ma questo punto infiammato (come abbiamo visto in tante occasioni) è sepolto da un torpore, da una noia: non trovando chi sfida i giovani con un rapporto all’’altezza della loro esigenza (che spesso si cerca di coprire con tante distrazioni), quel punto rimane sepolto. 
La questione, allora, è chi è in grado di risvegliare il punto infiammato, l’’io dei giovani; ma anche quello degli adulti. Questa è la sfida che abbiamo tutti davanti, la nostra generazione e le istituzione: la scuola, la famiglia, la Chiesa, i partiti, gli imprenditori, tutti. Per risvegliare l’’io dal suo torpore, dalla noia che sembra invincibile, non basta una lezione o soltanto un richiamo etico (che può essere utile), una predica; occorre un adulto che con la sua vita sia in grado di fare interessare il giovane alla sua esistenza, al suo destino. Ma è difficile trovare adulti che non siano scettici; quante volte mi trovo a dialogare con ragazzi in università i cui genitori, davanti al loro impeto ideale, dicono: «No, la vita ti sistemerà pian piano». È per questo che solo un testimone (diceva Paolo VI che abbiamo più bisogno di testimoni che di maestri), per cui chi lo incontra non possa sottrarsi al suo fascino, alla sfida che la sua presenza introduce nella vita, può risvegliare questo punto infiammato, questa esigenza nascosta. Uno che incarni un modo di vita in grado di attrarre il cuore, di sfidare la ragione, di mettere in moto la libertà. Insomma, occorre una proposta vivente. Un testimone o, con una parola che oggi non è politicamente corretto usare, ma se la svuotiamo delle connotazioni con cui a volte la percepiamo e se la diciamo nel suo senso originale risulta decisiva, un’’autorità, cioè qualcuno che mi fa crescere, che mi genera con la sua presenza. Occorre una autorità, una presenza che sfidi il «punto infiammato» per lanciarmi verso quella «meta impervia» a cui io, per la mia struttura umana, sono chiamato. Scriveva don Giussani: «L’’esperienza dell’’autorità sorge in noi come incontro con una persona ricca di coscienza della realtà; così che essa si impone a noi come rivelatrice, ci genera novità, stupore, rispetto. C’’è in essa un’’attrattiva inevitabile, e in noi una inevitabile soggezione. L’’esperienza dell’’autorità richiama infatti l’’esperienza, più o meno chiara, della nostra indigenza e del nostro limite. Ciò porta a seguirla e a farci suoi ““discepoli””. […...] Per rispondere in modo adeguato alle esigenze educative [che oggi dobbiamo affrontare] dell’’adolescenza non basta proporre con chiarezza un significato delle cose, né basta una intensità di reale autorità in chi lo propone. Occorre [allo stesso tempo] suscitare [nei giovani] dell’’adolescente [quel] personale impegno con la propria origine; [con loro stessi, perché senza questo non saranno loro stessi; e per questo non si può evitare la fatica]; occorre che l’’offerta tradizionale sia verificata; e ciò può essere fatto solo dall’iniziativa del ragazzo e da nessun altro per lui. [Proposta di una ipotesi di significato da sottomettere alla verifica dei figli, della sua pertinenza alla vita, della sua capacità di rispondere alle sfide della vita. Senza questa educazione alla verifica di una proposta, non diventerà mai loro e quindi correranno il rischio di perdersi] La vera educazione deve essere un’’educazione alla critica». La critica è il paragone di quello che ci viene proposto con i desideri del suo cuore: «Il criterio ultimo del giudizio, infatti, è in noi, altrimenti siamo alienati. E il criterio ultimo, che è in ciascuno di noi, è identico: è esigenza di vero, di bello, di buono. […...] Abbiamo avuto troppa paura di questa critica», di questa verifica, non abbiamo rischiato per poter generare un soggetto autonomo. Continuava don Giussani: «Scopo della educazione è quello di formare un uomo nuovo; perciò i fattori attivi della educazione debbono tendere a far sì che l’’educando agisca sempre più da sé, e sempre più da sé affronti l’’ambiente [le circostanze]. Occorrerà quindi da un lato metterlo sempre più a contatto con tutti i fattori dell’’ambiente, dall’’altro lasciargli sempre più la responsabilità della scelta, seguendo una linea evolutiva determinata dalla coscienza che il ragazzo dovrà essere capace di ““far da sé”” di fronte a tutto. Il metodo educativo di guidare l’’adolescente all’’incontro personale e sempre più autonomo con tutta la realtà che lo circonda, va tanto più applicato, quanto più il ragazzo si fa adulto [altrimenti il risultato sarà che non cresce]. L’’equilibrio dell’’educatore svela qui la sua definitiva importanza. L’’evolversi infatti dell’’autonomia del ragazzo rappresenta per l’’intelligenza e il cuore e anche per l’’amor proprio dell’’educatore un ““rischio””. D’’altra parte è proprio dal rischio del confronto che si genera nel giovane una sua personalità nel rapporto con tutte le cose; la sua libertà cioè ““diviene””. […...] L’’esperienza deve farla il giovane stesso, perché questo rappresenta l’’avverarsi della sua libertà. E questo amore alla libertà fin nel rischio è soprattutto una direttiva che l’’educazione deve tenere presente. […...] Una educazione che accetti con vigilanza il rischio della libertà dell’’adolescente è reale sorgente di fedeltà e di devozione cosciente all’’ipotesi proposta e a chi la propone. La figura del ““maestro””, proprio per questa discrezione e rispetto, in un certo vero senso si ritira dietro la figura dominatrice della Verità Unica cui si ispira; il suo insegnamento e la sua direttiva diventano dono di testimonianza, e proprio per questo si iscrive nella memoria del discepolo con una simpatia acuta e sincera, indipendente nel suo livello più profondo dalle stesse sue doti. Per cui abbiamo una gratitudine e un legame ineliminabile al maestro, e pure una convinzione indipendentemente da esso». Il processo educativo non ha come scopo quello di ““convincere”” l’’altro di ciò in cui crediamo noi questo sarebbe un plagio , perché al centro ci sono due libertà in rapporto tra di loro. La libertà si muove a causa dell’’attrattiva del reale, perché il cuore dell’’uomo è assetato della verità; ciascuno cerca ciò che corrisponde alle sue esigenze originali di bene, di bellezza, di verità, di giustizia, di felicità, che sono destate da tutto ciò che accade. L’’educazione è, perciò, un invito alla libertà dell’’uomo, per iniziare un cammino alla scoperta della verità delle cose. Se questo non accade, l’’affezione, che pure le cose destano, prima o poi viene meno, e la noia vince, perché solo il vero ha la forza per permanere nel tempo. La dinamica della libertà non è arbitraria, non è un fare ciò che pare e piace, perché un uomo è veramente libero quando riconosce e aderisce al significato della realtà; senza un significato, infatti, mancherebbe la ragione adeguata per vivere. L’’educazione è una grande sfida per il cuore dell’’uomo, senza di essa è impossibile lo sviluppo della persona, come ragione e libertà. Tanto è vero che quando i giovani sono sfidati nella loro ragione e libertà, si dimostrano entusiasti di partecipare a questa avventura; il problema è che, purtroppo, non trovano molti adulti che li sfidino e per questo decadono.
Vorrei terminare con un testo di Rabindranath Tagore, che dice tutto l’’amore che un padre deve avere; quando questo amore c’’è, la persona lo riconosce perché gli lascia lo spazio per crescere: «In questo mondo coloro che m’’amano / cercano con tutti i mezzi / di tenermi avvinto a loro. / Il tuo amore pi grande del loro, / eppure mi lasci libero». 
È solo l’’amore che rende liberi e che lascia spazio alla libertà, per crescere. Questa è sfida che noi adulti abbiamo il compito di accettare nei confronti dei giovani. Grazie.

venerdì 8 settembre 2017

Quando sei al massimo dell'esasperazione nel disprezzo di te

Quando sei al massimo dell'esasperazione nel disprezzo di te
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Quando sei al massimo dell'esasperazione nel disprezzo di te e nel rifiuto della vita, dici, accusandoti: "io sono un verme strisciante"; e chi ci trovi al tuo livello, al tuo basso livello? Ci trovi Dio, Gesù Cristo, volontariamente disceso con te al tuo livello, al tuo basso livello. I piedi arrivano fino a terra, fino alla superficie della terra, e lì c'è Dio, curvo a lavarteli e a baciarli. [...] Ogni volta che il quotidiano ti scandalizza, che il normale, il dolore o la gioia, le cose, la materialità della tua situazione ti scandalizza, segna quel momento come un comparire  di Dio che ti fa l'occhiolino, di questo Amico che ti fa segno: "guardami, sono qui, dove è che stai col naso? sei un pò strabico? Riconoscimi, sono qui". E' qui, nelle cose; è qui, nei fatti.    
 Luigi Giussani)

giovedì 7 settembre 2017

È morto il cardinale Caffarra: «Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città»

  È morto il cardinale Caffarra: «Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città»

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giugno 19, 2015 Luigi Amicone
È morto oggi il cardinale Carlo Caffarra. Qui una intervista concessa a Tempi nel 2015. «La manifestazione delle famiglie? È un’iniziativa da sostenere, non si può tacere»

Questa intervista al cardinale Carlo Caffarra, tratta dal numero di Tempi in edicola, fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).
Siamo sulla strada. E ci tocca andare senza scodinzolare al primo che passa. E ci getta un osso. E ci vuole accarezzare mentre con l’altra mano gira lo spiedo di una vita umana. Come in un romanzo di Cormac McCarthy. Ci tocca spingere il carrello dentro la pace prenucleare (ma «la guerra avanza», ha ridetto a Sarajevo papa Francesco). «Siamo ancora noi i buoni?». «Sì, siamo ancora noi i buoni». «E portiamo il fuoco?». «Sì, portiamo il fuoco». Il fuoco sotto la cenere. Il fuoco sotto la grande Dissipatio HG di Guido Morselli. E di Maurizio Foglietti. «La vita non ha più senso», ha scritto prima di abbandonarsi a una corda. Il pilota Alitalia che da un attimo di notorietà è trascorso penzoloni in un garage. Povera umanità che tutti vanno a cercare in un momento di celebrità. E poi più nessuno.
Se tra le pietre della Legge il sangue dell’uomo dissecca. Se la verità di oggi è la stessa di ieri ma la Legge l’ha pietrificata. Dalla corrente fredda del nuovo mondo celebrato dai Ceo di Apple e dal Ceo Obama, emergono relitti fonico-visivi che ci tengono compagnia. E sono ciò che di più diretto ci rimanga dei “fratelli uomini”.
Se non ti ribelli alla misura che stabilisce il flusso dell’informazione luciferina che corre come criceto instancabile sulla ruota digitale. Se non ti gratti via la rogna della mimesis con le morte frasi fatte del potere. Se sei connivente con i relitti che parlano a vanvera. Non succede mai niente. A meno che tu abbia il coraggio dello scrittore Giorgio Ponte. «Se negli anni Cinquanta non avrei potuto dire di provare attrazione per persone del mio stesso sesso, non è ammissibile che oggi io debba avere paura di dire che per me la famiglia può essere formata solo da un uomo e da una donna». È così che siamo arrivati a sguainare spade per dimostrare che le foglie d’estate sono verdi.
Chesterton non avrebbe mai immaginato di aver avuto torto in tutto, tranne che nell’aver ragione. Passeranno le unioni gay. E tutto il resto. E saluteranno i funzionari del partito dell’amore seduti sulle tribune accanto alle loro Lady Gaga, marciando al passo dell’oca e nella borraccia il whiskey dell’epilogo giovanneo al referendum irlandese. «Same-sex marriage. Siamo la luce del mondo». Dunque, che resiste a fare al dublinese che è in ciascun europeo il buon Carlo Caffarra, eminenza, arcivescovo e cardinale di Santa Romana Chiesa nella città che già sfolgora di luce neoevangelica irlandese? Dove gli asili sono avanti nell’istruire le femminucce alle emozioni dei soldatini azzurri e i maschietti al gioco delle bamboline?
famiglia-manifestazione-roma-tempi-copertinaVivacità di occhi e di mente. Due anni fa Caffarra presentò a papa Francesco la sua rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Bologna per raggiunti limiti di età. Il Papa rispose per il tramite della Nunziatura apostolica in Italia che «è volontà del Santo Padre che continui ancora per due anni il suo ministero episcopale a Bologna». Ora, dopo essere stato dodici anni alla guida della diocesi, il cardinale è in procinto di lasciare Bologna. Ma che bella persona è questo ultrasettantenne che regge per gli ultimi giorni la cattedra di san Petronio. Sfida il sentimento del tempo con la profezia. E implora in cuor suo: «Fino a quando Signore?».
Dopo il voto del Parlamento europeo che raccomanda il riconoscimento delle unioni e dei matrimoni tra le persone dello stesso sesso (e il sottotesto è: avanti con l’implementazione dell’educazione al gender), siamo venuti a trovarlo. «Unioni gay e gender. Fossero teorie sarebbe più facile il dialogo», ci dice il cardinale. «Poiché le teorie sono ipotesi che non temono di sottoporsi alla prova di falsificazione. E invece sono ideologia. Dunque bramano solo imposizione e non voglio dialogare con chicchessia».
E dunque ci siamo. Dopo il referendum di Dublino e il voto del Parlamento di Strasburgo che raccomanda a tutti paesi dell’Unione l’istruzione di massa al gender e legislazioni matrimoniali gay friendly, viene il momento di allinearsi anche per l’Italia. “Fanalino di coda” dell’Europa, come dice il giornalismo giunto nella fase della sua automatizzazione e immissione nella catena di montaggio fordista. Come con la misericordia, per non essere forzata la scrittura deve rispettare la libertà. Abbiamo trovato Caffarra con un nucleo di pensieri già in canna. E perciò abbiamo schiacciato l’appunto vocale di iPhone e abbiamo lasciato che il cardinale svolgesse liberamente le sue riflessioni. Non abbiamo inventato domande per spezzare un testo che si tiene. Infine, anche i due quesiti dell’intervistatore seguono logicamente i pensieri del cardinale. Sentite qua.
Il tramonto di una civiltà
«Io ho fatto diversi pensieri a partire da quella mozione votata al Parlamento europeo. Il primo pensiero è questo: siamo alla fine. L’Europa sta morendo. E forse non ha neanche più voglia di vivere. Poiché non c’è stata civiltà che sia sopravvissuta alla nobilitazione dell’omosessualità. Non dico all’esercizio dell’omosessualità. Dico: alla nobilitazione della omosessualità. Faccio un inciso: qualcuno potrebbe osservare che nessuna civiltà si è mai spinta ad affermare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E invece bisogna ricordare che la nobilitazione è stata qualcosa di più del matrimonio. Presso vari popoli l’omosessualità era un atto sacro. Infatti l’aggettivo usato dal Levitico per giudicare la nobilitazione della omosessualità attraverso il rito sacro è: “abominevole”. Rivestiva carattere sacrale presso i templi e i riti pagani».
«Tanto è vero che le uniche due realtà civili, chiamiamole così, gli unici due popoli che hanno resistito lungo millenni – e in questo momento penso innanzitutto al popolo ebreo – sono stati quei due popoli che soli hanno condannato l’omosessualità: il popolo ebreo e il cristianesimo. Dove sono oggi gli assiri? Dove sono oggi i babilonesi? E il popolo ebreo era una tribù, sembrava una nullità al confronto di altre realtà politico-religiose. Ma la regolamentazione dell’esercizio della sessualità quale ad esempio noi troviamo nel libro del Levitico, è divenuta un fattore altissimo di civiltà. Questo è stato il mio primo pensiero. Siamo alla fine».
Satana contro le evidenze
«Secondo pensiero, di carattere prettamente di fede. Davanti a fatti di questo genere io mi chiedo sempre: ma come è possibile che nella mente dell’uomo si oscurino delle evidenze così originarie, come è possibile? E la risposta alla quale sono arrivato è la seguente: tutto questo è opera diabolica. In senso stretto. È l’ultima sfida che il satana lancia a Dio creatore, dicendogli: “Io ti faccio vedere che costruisco una creazione alternativa alla tua e vedrai che gli uomini diranno: si sta meglio così. Tu gli prometti libertà, io gli propongo la licenza. Tu gli doni l’amore, io gli offro emozioni. Tu vuoi la giustizia, io l’uguaglianza perfetta che annulla ogni differenza”».
«Apro una parentesi. Perché dico “creazione alternativa”? Perché se noi ritorniamo, come Gesù ci chiede, al Principio, al disegno originario, a come Dio ha pensato alla creazione, noi vediamo che questo grande edificio che è il creato, si regge su due colonne: il rapporto uomo-donna – la coppia – e il lavoro umano. Noi stiamo parlando adesso della prima colonna, ma anche la seconda si sta distruggendo. Vediamo, per esempio, con quanta difficoltà oggi si possa ancora parlare del primato del lavoro nei sistemi economici. Ma qui mi fermo perché non è il tema della nostra conversazione. Siamo dunque di fronte al tentativo diabolico di edificare una creazione alternativa, sfidando Dio nel senso che l’uomo finirà col pensare che si sta meglio in questa creazione alternativa. Si ricorda la Leggenda del Grande Inquisitore?».
«Fino a quando Signore?»
«Il terzo pensiero mi è venuto in forma di domanda: “Fino a quando Signore?”. E allora risuona sempre nel mio cuore la risposta che dà il Signore nell’Apocalisse. Nel libro si narra che ai piedi dell’altare celeste ci sono gli uccisi per la giustizia, i martiri, che dicono continuamente “fino a quando Signore non vendicherai il nostro sangue?” (cfr. Ap 6, 9-10). E così, mi viene da dire: fino a quando Signore non difenderai la tua creazione? Ed ancora la risposta dell’Apocalisse risuona dentro di me: “Fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni”. Che grande mistero è la pazienza di Dio! Penso alla ferita del Suo cuore, diventata visibile, storica, quando un soldato ha aperto il costato a Cristo. Perché di ogni cosa e creatura creata la Bibbia dice “e Dio vide che era cosa buona”. Infine, al culmine della creazione, dopo quella dell’uomo e della donna, “e Dio vide che tutto era molto buono”. La gioia del grande artista! Adesso questa grande opera d’arte è totalmente sfigurata. E lui è paziente e misericordioso. E dice, a chi gli domanda “fino a quando?”, di aspettare. “Fino a quando il numero degli eletti non è compiuto”».
La forza del Redentore
«Ed ecco l’ultimo pensiero. Un giorno, quando ero arcivescovo a Ferrara, mi trovavo in uno dei paesini più sperduti, nel delta del Po. Un posto che sembra la fine della Terra, in mezzo a una di quelle gincane che fa il grande fiume, che va un po’ dove vuole prima di andare in mare. Vi incontrai per motivo di catechesi un gruppo di pescatori, gente che letteralmente passa la maggior parte della sua vita in mare. Uno di loro mi fece questa domanda: “Lei pensi al mondo come a uno di quei vasi cilindrici in cui noi mettiamo i pesci appena pescati, ecco il mondo è questa specie di barile e noi siamo come pesci appena pescati. La domanda è: il fondo di questo barile come si chiama, che nome ha?”. Pensi, un pescatore che pone la domanda che è all’inizio di tutta la filosofia: come si chiama il fondo di tutte le cose? E allora io, molto colpito da questa domanda, gli risposi : “Non si chiama caso, il fondo; si chiama gratuità e tenerezza di uno che ci tiene tutti abbracciati”. In questi giorni ho ripensato alla domanda e alla risposta che diedi a quel vecchio pescatore perché mi chiedo: tutto questo tentativo di sfigurare e distruggere la creazione, ha una tale forza che alla fine vincerà? No. Io penso che c’è una forza più potente che è l’atto redentivo di Cristo, Redemptor Hominis Christus, Cristo redentore degli uomini».
Il compito dei pastori e degli sposi
«Ma faccio un’altra riflessione, suscitata proprio dai pensieri di questi giorni. Ma io, come pastore, come faccio ad aiutare la mia gente, il mio popolo, a custodire nella mente e nella coscienza morale, la visione originaria? Come faccio a impedire l’oscuramento dei cuori? Penso ai giovani, a chi ha ancora il coraggio di sposarsi, ai bambini. E allora penso a cosa si fa normalmente nel mondo comune quando si deve affrontare una pandemia. Gli organismi pubblici responsabili della salute dei cittadini cosa fanno? Agiscono sempre secondo due direttrici. La prima: intanto curano chi è malato e cercano di salvarlo. Seconda, non meno importante e, anzi, decisiva, cercano di capire perché e quali siano le cause della pandemia, in modo da elaborare una strategia di vittoria. Così adesso la pandemia è qui. E come pastore ho la responsabilità di guarire e di impedire che le persone si ammalino. Ma nello stesso tempo ho il grave dovere di avviare un processo, cioè un’azione di intervento che esigerà pazienza, impegno, tempo. E la lotta sarà sempre più dura. Tanto è vero che dico a volte ai miei sacerdoti: io sono sicuro che morirò nel mio letto. Sono meno sicuro per il mio successore. Probabilmente morirà alla Dozza (carcere di Bologna, ndr). Dunque, stiamo parlando di un processo lungo e che ci vedrà impegnati in un combattimento duro. Ma insomma, siamo chiamati a fare entrambe le cose: pronto intervento e lotta di lunga durata, una strategia d’urgenza e un lungo processo educativo».
«Ma chi sono gli attori di quest’ultimo, cioè di un’impresa per la quale occorrerà tempo e capacità di sacrificio? Sono fondamentalmente due, a mio avviso: i pastori della Chiesa, più precisamente i vescovi. E gli sposi cristiani. Per me questi saranno coloro che ricostruiranno le evidenze originarie nel cuore degli uomini».
«I pastori della Chiesa: perché loro esistono per questo. Hanno ricevuto una consacrazione finalizzata a questo, la potenza di Cristo è in loro. “Sono duemila anni che in Europa il vescovo costituisce uno dei gangli vitali, non soltanto della vita eterna, ma della civiltà” (G. De Luca). E una civiltà è anche l’umile, magnifica vita quotidiana del popolo generato dal Vangelo che il vescovo predica. E poi gli sposi. Perché il discorso razionale viene dopo la percezione di una bellezza, di un bene che tu vedi davanti agli occhi, il matrimonio cristiano».
E riguardo all’intervento di urgenza?
«Debbo confessare che io stesso mi trovo in difficoltà. E questo perché non raramente mi viene a mancare l’alleato che è il cuore umano. Penso alla situazione tra i giovani. Vengono e mi chiedono: “Perché dobbiamo impegnarci definitivamente, quando non si è neppure sicuri di arrivare a volersi bene fino a sera?”. Ora, di fronte a questa domanda io ho solo una risposta: raccogliti in te stesso e pensa a che esperienza hai fatto quando tu hai detto a una ragazza o a un ragazzo “ti voglio bene, ti voglio veramente bene”. Hai forse pensato nel tuo cuore: “Dono tutto me stesso a un’altra, ma solo per un quarto d’ora o al massimo fino a sera”? Questo non è nell’esperienza di un amore, che è dono. Questo è nella natura di un prestito, che è calcolo».
«Ora se riesci ancora a guidare la persona a questo ascolto interiore (Agostino), tu l’hai salvata. Perché il cuore non inganna. La grande tesi dogmatica della Chiesa cattolica: il peccato non ha corrotto radicalmente l’uomo. Questo la Chiesa l’ha sempre insegnato. L’uomo ha fatto dei disastri enormi, però l’immagine di Dio è rimasta. Io vedo oggi che i giovani sono sempre meno capaci di questo ritorno in se stessi. Lo stesso dramma di Agostino quando aveva la loro età. In fondo Agostino da che cosa fu commosso alla fine? Il vedere un vescovo, Ambrogio; il vedere una comunità che cantava con il cuore più che con le labbra la bellezza della creazione, Deus creator omnium, l’inno bellissimo di Ambrogio».
«Oggi questo è molto difficile con i ragazzi, però secondo me questo è l’intervento d’urgenza. Non ce n’è un altro. Se perdiamo questo alleato, che è il cuore umano – il cuore umano è l’alleato del Vangelo, perché il cuore umano è stato creato in Cristo in corrispondenza a Cristo –, se perdiamo dicevo questo alleato, io non vedo più strade».
«Un’ultima cosa vorrei dire. Più sono andato avanti nella mia vita, più ho scoperto l’importanza che hanno nella vita dell’uomo, in ordine ad una vita buona, le leggi civili. Ho capito quello che dice Eraclito: “Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città”. Più sono invecchiato e più mi sono reso conto dell’importanza della legge nella vita di un popolo. Oggi sembra che lo Stato abbia abdicato al suo compito legislativo, abbia abdicato alla sua dignità, riducendosi a essere un nastro registratore dei desideri degli individui. Con il risultato che si sta creando una società di egoismi opposti, oppure di fragili convergenze di interessi contrari. Tacito dice: “Corruptissima re publica, plurimae leges”. Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto. Quando lo Stato è corrotto si moltiplicano le leggi. È la situazione di oggi».
«È un circolo vizioso perché da una parte le leggi sembrano appunto ridursi a nastro registratore di desideri. Questo inevitabilmente genera un sociale conflittuale, di lotta, di supremazia del più prepotente sul più debole, cioè la corruzione dell’idea stessa del bene comune, della res publica. Allora si cerca di rimediare con le leggi dimenticando che non ci saranno mai delle leggi così perfette da rendere inutile l’esercizio delle virtù. Non ci saranno mai. Qui, secondo me, noi pastori abbiamo una grande responsabilità, di aver permesso la irrilevanza culturale dei cattolici nella società. L’abbiamo permessa, quando non giustificata. Quando mai la Chiesa ha fatto questo? Quando mai i grandi pastori della Chiesa han fatto questo?».
Non ci resta che domandarle un pensiero sulla giornata del 20 giugno a Roma, dove cattolici e non cattolici manifesteranno perché venga mantenuto intatto a livello legislativo il principio che il matrimonio è tra un uomo e una donna e che il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, a essere educato e non manipolato con l’ideologia gender, va salvaguardato da ogni desiderio degli adulti e ogni istruzione di Stato.
«Non ho nessun dubbio nel dire che è una manifestazione positiva perché, come le dicevo, noi non possiamo tacere. Guai se il Signore ci rimproverasse con le parole del profeta: cani che non avete abbaiato. Lo sappiamo, nei sistemi democratici la deliberazione politica è presa secondo il sistema della maggioranza. E mi va bene perché le teste è meglio contarle che tagliarle. Però, di fronte a questi fatti non c’è maggioranza che mi possa far tacere. Altrimenti sarei un cane che non abbaia. Mi preme soprattutto, e ho molto apprezzato che quella giornata sia impostata su questo: la difesa dei bambini. Papa Francesco ha detto che il bambino non può essere trattato come una cavia. Si fanno degli esperimenti pseudo pedagogici sul bambino. Ma che diritto abbiamo di farlo? La cosa più tremenda, il logos più severo detto da Gesù, riguarda la difesa dei bambini».
«Quindi secondo me l’iniziativa romana è una cosa che andava assolutamente fatta. Il giorno dopo il Parlamento magari farà questa legge che riconoscerà le unioni tra persone dello stesso sesso. La faccia. Però sappia che è una cosa profondamente ingiusta. E questo glielo dobbiamo dire quel pomeriggio a Roma. Quando il Signore dice al profeta Ezechiele: “Tu richiama” e sembra che il profeta dica: “Sì, ma non mi ascoltano”. Tu richiama e sarà chi è da te richiamato responsabile, non tu, perché tu l’hai richiamato. Ma se tu non lo richiamassi, sei responsabile tu. Se noi tacessimo di fronte a una cosa così, noi saremmo corresponsabili di questa grave ingiustizia verso i bambini, che sono stati trasformati da soggetto di diritti come ogni persona umana, in oggetto dei desideri delle persone adulte. Siamo tornati al paganesimo, dove il bambino non aveva nessun diritto. Era solo un oggetto “a disposizione di”. Quindi, ripeto, secondo me è un’iniziativa da sostenere, non si può tacere».
Siamo di nuovo sulla strada. E camminando lungo il Corso verso la stazione di Bologna, tra la folla vestita di anarchia di immigrati, accattoni e fatica di cittadini italiani, penso che i vecchi sono vecchi. E va bene. Ma non so quanto sogno della giovinezza ci sia rimasto nelle nostra città, nei nostri templi di cultura e di educazione, di musica e di socializzazione, che l’astuzia interessata degli adulti non abbia spiato attentamente e sospinto in una omologazione menzognera. Forse uomini come Caffarra. Forse i bambini sulla strada. O l’assassino che mutò la reclusione in clausura (io ne conosco almeno un paio). Forse sono loro le Monica, gli Agostino, gli Ambrogio, il seme dei liberatori dell’oggi e del domani.

domenica 3 settembre 2017

MADRE TERESA: DAL DIVORZIO VIENE LA POVERTÀ PIÙ GRANDE, L'UOMO NON OSI DIVIDERE CIÒ CHE DIO HA UNITO

MADRE TERESA: DAL DIVORZIO VIENE LA POVERTÀ PIÙ GRANDE, L'UOMO NON OSI DIVIDERE CIÒ CHE DIO HA UNITO


Caro popolo d’Irlanda,
prego assieme a voi in questo tempo importante nel  quale la vostra nazione sta decidendo sulla questione della legge del divorzio.
La mia preghiera è che voi siate fedeli all’insegnamento di Gesù: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie ed essi diventeranno una sola carne. Ciò che Dio ha unito, non venga diviso da nessuno».
I nostri cuori sono fatti per amare, un amore che non è solo incondizionato, ma anche duraturo.
Quale è il significato del vero amore nel matrimonio?
Un uomo e una donna che veramente si amano, non prometteranno mai nel momento del matrimonio “ti amerò e sarò fedele per un po’”. Essi promettono sempre “ti amerò per sempre e sarò fedele a prescindere da quello che succederà o da quello che farai”.
Rompere la promessa del matrimonio di essere fedeli fino alla morte non è solamente contro il vero amore, ma ferisce in modo particolare i bambini.
I nostri bambini dipendono da noi in tutto: salute, educazione, cura, valori, guida e soprattutto amore. Ma in alcuni casi, la madre e il padre non hanno tempo per i loro figli, oppure l’unità dei genitori è infranta e così i figli lasciano la casa e vagano di qui e di là, e il loro numero aumenta di giorno in giorno.
Gesù si è donato sulla croce, perché era ciò che doveva fare per amarci e salvarci. Se un padre e una madre non sono disposti a donarsi fino a soffrire per essere fedeli reciprocamente, ed essere fedeli ai loro figli, essi non  mostrano ai loro figli cosa significhi amare. E se i genitori non mostrano ai figli cosa sia l’amore, chi altro glielo mostrerà? Questi bambini cresceranno spiritualmente poveri e questo genere di povertà è molto più difficile da superare rispetto a quella materiale.
È vero che molte famiglie hanno sperimentato tanta sofferenza a causa di violenze, alcolismo e abusi che hanno spesso portato a una rottura del rapporto. Se i membri di una famiglia pregano assieme, resteranno assieme. E se stanno assieme, si ameranno l’un l’altro come Dio ama ciascuno di loro. Il frutto della preghiera è gioia, amore, pace e unità nella famiglia e questo sarà un esempio di amore per i bambini e per i vicini di casa. E cosi non ci sarà bisogno del divorzio.
Come possono gli sposi rinunciare l'uno all'altro se si amano l'un l'altro? Il divorzio rompe, distrugge e causa terribili tentazioni. E causa anche sofferenze e dolori al cuore, ai bambini e all’intera famiglia. Il divorzio è uno dei più grandi uccisori della famiglia, dell’amore e dell’unità.
Se per qualche ragione gli sposi devono vivere separati, ciò non ha niente a che far col divorzio.
Quando un Paese permette il divorzio, il danno non è fatto solamente alle famiglie che vengono distrutte da esso. Il danno è fatto all’intera società, perché permettere il divorzio dice alle persone che la promessa del matrimonio non è di essere fedele “fino a che la morte non ci separi” ma solo “fino a che il divorzio non ci separi”. Ma ciò è molto diverso da quanto Gesù ci ha insegnato rispetto al matrimonio: “Ciò che Dio ha messo insieme, nessuno si permetta di  dividerlo”.
So anche che nel mondo ci sono grandi problemi, che molti sposi non si amano abbastanza da essere fedeli fino alla morte. Noi non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo, ma non permettiamo mai che si introduca il peggiore problema di tutti che è distruggere l’amore. E questo è ciò che facciamo quando diciamo alle persone sposate che possono divorziare e andare con qualcun altro.
Inoltre, un Paese che accetta il divorzio avrà sempre più famiglie separate e ciò condurrà ad una maggiore disunione… e a maggiori disunioni in altre famiglie. Questo non solo perché il divorzio è un distruttore d’amore, unità e pace, ma anche perché i divorziati si sentono soli e spesso trovano amici della loro età che solitamente sono sposati. Questo genere di amicizia rompe altri matrimoni e ciò andrà  semplicemente avanti.
Un Paese non dovrebbe mai introdurre, per la ricerca di benefici e ricchezze materiali, la più grande povertà che è quella spirituale. E questo è ciò che accade introducendo il divorzio, che distrugge l’amore nella famiglia. 
Ricordiamoci che il divorzio non è sbagliato solo per i cattolici. È sbagliato per tutti, perché è contro l’amore tra un uomo e una donna intraprendere un tipo di matrimonio nel quale essi promettono di essere fedeli “fino a che divorzio non li separi”.
Preghiamo. La gioia di amare è la gioia di condividere la vita come Maria e Giuseppe, durante il tempo della sofferenza e della difficoltà, stare insieme nell’amore, nell’unità e nella fiducia. Possa questo essere oggi un esempio per tutte le famiglie.
Prego che l’Irlanda, votando “No” al divorzio, continui ad essere un segno di unità, di amore e di pace per il mondo, specialmente di pace nel luogo nel quale essa deve iniziare, la famiglia. Pregate sempre insieme e starete insieme e vi amerete l’un l’altro come Dio ama ciascuno di voi.
Preghiamo. Dio vi benedica