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lunedì 20 novembre 2017

Male alle ossa e artrosi? Ecco come guarire mangiando. I dieci cibi che fanno passare tutto (e quelli da evitare)

Malpensa alle ossa? Artrosi? Niente paura, questi dolori possono essere curati a tavolaMarco Lanzetta, il microchirurgo che per primo nel 2000 ha eseguito il primo trapianto di mano in Italia, ne è convinto e lo spiega a Starbene.it. Per prevenire l'usura di ossa e cartilagini, favorita dall'avanzare dell'età e dalla predisposizione genetica, innanzitutto bisogna tenere a bada la glicemia. Ecco quindi quali sono i cibi che aiutano le nostre ossa.
Fibre - "Per ridurre l’accumulo di sostanze dannose bisogna inserire, in ogni pasto della giornata, alimenti ricchi di fibre, che migliorano la funzionalità dell'intestino e il lavoro del fegato". Largo quindi ai "cibi ricchi di acqua, che stimolano la diuresi, favoriscono il drenaggio dei liquidi e contrastano la ritenzione idrica". Sono: carciofi, farro, fagioli azuchi,sedano, germogli di crescione, farro,aglio.
Antiossidanti - "E' importante mangiare, sia a colazione sia a pranzo e cena, cibi ricchi di antiossidanti: cavoli, broccoli,pere, frutti di bosco, melagrana, olio extravergine d'oliva, sciroppo d'acero".
Omega 3 -  Per contrastare infiammazione e dolore sì "a frutta e verdura in abbondanza, (in particolare a cipolla rossa, ananas, mela), ai cibi contenenti Omega 3 (come i semi di lino), alle spezie e al tè verde", suggerisce il dottor Lanzetta.
Cibi alcalinizzanti - "Una eccessiva assunzione di grassi e proteine di origine animali (cibi acidificanti) può portare sia all'accumulo di tossine, che a loro volta determinano un aumento dell'infiammazione, sia alla perdita di calcio dalle ossa". Quindi bisogna introdurre cibi alcalinizzanti: acqua non gassata, con pH superiore a 7,5, alghe(dulse, kombu) e miso".
In generale "la dieta amica delle articolazioni esclude la carne, il formaggio, il latte, il tuorlo d'uovo e limita il pesce a un paio di volte alla settimana", riduce lo zucchero mentre vanno previsti i legumi e i carboidrat

Louis Braille, il musicista cattolico cieco che ha permesso la lettura tattile


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Inventò il suo metodo di lettura e scrittura usando lo stesso strumento che gli era costato la vista

Tutti conoscono il compositore classico cattolico Beethoven, ma sapevate che anche l’inventore del metodo Braille era un musicista brillante e un devoto cattolico?
Louis Braille era figlio di un conciatore della cittadina francese di Coupvray. A tre anni, cercando di imitare il padre, prese un punteruolo per fare dei fori in un pezzo di pelle. Premette forte il punteruolo ma questo schizzò via dalla pelle, perforandogli l’occhio. 
Non si riuscì a trovare una cura, e il bambino soffriva terribilmente visto che l’occhio si infettò. L’infezione si diffuse poi anche all’altro occhio. A cinque anni, Louis era diventato completamente cieco. “Perché è sempre buio?”, continuava a chiedere ai suoi genitori, non capendo che non avrebbe visto mai più.
Il padre intagliò dei bastoni per lui e gli insegnò come muoversi indipendentemente. Gli insegnanti e i sacerdoti di Coupvray erano colpiti dalla sua precocità e dalla perseveranza che mostrava, e quando era adolescente raccomandarono Louis per l’Istituto Reale per i Giovani Ciechi, una delle prima scuole per non vedenti al mondo, fondato dal filantropo Valentin Haüy, che non era cieco.
Gli alunni imparavano a leggere usando lettere in rilievo in un sistema creato da Haüy, ma produrre i libri era un processo complicato, e quando la scuola aprì i battenti aveva solo tre studenti. I bambini non riuscivano neanche a scrivere usando un sistema simile. Il padre di Braille gli fabbricò un alfabeto di pelle spessa, di modo che potesse scrivere a casa avvalendosi di quelle lettere.
A 12 anni Braille aveva imparato un sistema di comunicazione fatto di punti e trattini impressi sulla carta, ideato dal capitano Charles Barbier perché i soldati potessero diffondere le notizie di notte senza parlare o usare la luce. Il sistema era stato respinto dai militari perché ritenuto troppocomplicato.Pubblicità
Per tre lunghi anni, Braille lavorò assiduamente per sviluppare un sistema simile ma più semplice per i non vedenti, usando un punteruolo, lo stesso strumento che lo aveva reso cieco.
“L’accesso alla comunicazione nel senso più ampio è l’accesso alla conoscenza, e questo è estremamente importante per far sì che la gente non provi per noi [non vedenti] disprezzo o senso di condiscendenza. Non abbiamo bisogno della pietà, né che ci venga ricordato che siamo vulnerabili. Dobbiamo essere trattati come pari – e la comunicazione è il modo per riuscirci”.
Alla fine, dopo alcune revisioni, Braille a 15 anni ideò un alfabeto per i non vedenti. Lo pubblicò cinque anni dopo, estendendolo a includere simboli geometrici e notazioni musicali. Braille era un grande appassionato di musica, ed era un violoncellista e organista di talento. Dal 1834 al 1839 fu organista della chiesa di Saint-Nicolas-des-Champs di Parigi, e in seguito presso la chiesa di San Vincenzo de’ Paoli. Fu invitato a suonare l’organo nelle chiese di tutta la FranciaQuando terminò gli studi, venne invitato a restare per aiutare l’insegnante. Lo nominarono professore quando aveva appena 24 anni. Per la maggior parte della sua vita insegnò Storia, Geometria e Algebra all’Istituto.
Quest’ultimo, però, non accettò il sistema di scrittura di Braille. I successori di Haüy erano ostili nei confronti di questa invenzione, il preside, Alexandre François-René Pignier, venne licenziato per il fatto di avere un libro di Storia tradotto in Braille.
Louis Braille morì di tubercolosi a 43 anni. Due anni dopo la sua morte l’Istituto adottò finalmente su insistenza degli studenti il suo sistema, che in seguito si diffuse in tutto il mondo francofono.
Nel 1873 si svolse la prima conferenza pan-europea per insegnanti di non vedenti, e il medico britannico cieco Thomas Rhodes Armitage sostenne in quell’occasione il metodo Braille, che divenne sempre più popolare nel mondo. Il direttore della California School for the Blind, Richard Slating French, disse che “reca il sigillo di un genio, come l’alfabeto romano”.
Ora, quasi due secoli dopo che Louis Braille iniziò a unire i puntini, il sistema Braille è ancora un importante strumento di comunicazione. Si ritrova nei tasti degli ascensori e nella segnaletica pubblica, e si è fatto strada perfino nella tecnologia7 con l’e-mail RoboBraille e il Codice Nemeth Braille per la Matematica.
T.S. Eliot ha scritto: “Forse l’omaggio più ř alla memoria di Louis Braille è l’onore semi-cosciente che gli rendiamo applicando il suo nome al metodo che ha inventato – e in questo Paese [la Gran Bretagna] adattando la pronuncia del suo nome alla nostra lingua. Onoriamo Braille quando parliamo del metodo Braille. Il suo ricordo in questo modo è molto più tangibile di quello di molti altri uomini famosi nella loroepoca
Quando guardate un segno in Braille, dite una preghiera per l’uomo che lo ha creato, trasformando la tragedia che lo aveva colpito nell’infanzia in una benedizione per milioni di persone per le quali è “sempre buio”. Possa la luce perpetua splendere su Louis Braille.
[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti

  1. La sclerosi multipla nasce nell'intestino, nuova pista italiana
  2. ***

Gli scienziati del San Raffaele di Milano svelano un possibile ruolo chiave della flora batterica

Pubblicato il: 13/07/2017 

Gli autori della scoperta Ilaria Coscorich, Marika Falcone e Vittorio Martinelli (foto Irccs San Raffaele, Milano)

La sclerosi multipla potrebbe nascere nell'intestino. A indicare la nuova 'pista' è uno studio dell'Irccs ospedale San Raffaele di Milano, che svela un possibile ruolo chiave del microbiota nell'origine della malattia neurologica. Il lavoro, finanziato dall'Aism (Associazione italiana sclerosi multipla) e dalla sua Fondazione Fism, è pubblicato su 'Science Advances' e ha scoperto un legame tra l'anomalia della flora batterica intestinale, l'attività del sistema immunitario e l'andamento della patologia.
"Nell'intestino dei pazienti colpiti da sclerosi multipla recidivante-remittente", la forma che alterna crisi e recuperi, "durante le fasi che precedono la riattivazione della malattia si osserva un'alterazione del microbiota e la corrispondente proliferazione di un tipo di globuli bianchi considerati fondamentali nello sviluppo della patologia", riassumono dall'Istituto del gruppo ospedaliero San Donato.
Lo studio è coordinato da Marika Falcone, ricercatrice della Divisione di immunologia, trapianti e malattie infettive del San Raffaele, e Vittorio Martinelli, neurologo del Centro sclerosi multipla diretto da Giancarlo Comi. "I risultati, che dovranno ulteriormente essere confermati da studi futuri - precisano gli autori - supportano l'ipotesi di un ruolo importante dell'intestino nell'evoluzione della malattia: secondo questa teoria, l'attivazione patologica delle cellule del sistema immunitario avviene principalmente nell'intestino, meccanismo già provato nel caso dell'Encefalite autoimmune sperimentale (Eae), il modello sperimentale della sclerosi multipla".
I ricercatori di via Olgettina hanno analizzato i tessuti dell'intestino di 19 malati di sclerosi multipla recidivante-remittente e di 18 persone sane. Il primo gruppo, a distanza di 2 anni dalla raccolta dei campioni, è stato ulteriormente diviso in 2 sottogruppi: pazienti con malattia in fase attiva e pazienti in fase di remissione. L'analisi ha permesso di censire le popolazioni di batteri e di cellule del sistema immunitario presenti a livello intestinale e di mettere in relazione questi dati con lo stato di attività della malattia.
Nell'intestino dei pazienti con malattia in fase attiva si è così osservata una quantità aumentata di un particolare tipo di linfociti T, i TH17, noti per essere "le prime cellule del sistema immunitario a superare la barriera ematoencefalica e a raggiungere il sistema nervoso centrale, contribuendo al danno del rivestimento mielinico", sottolinea Falcone. Siccome poi "una molecola da loro prodotta, l'interleuchina-17 (IL-17), è presente in alte dosi nelle lesioni cerebrali tipiche della malattia", i linfociti TH17 sono fra le cellule immunitarie più fortemente indiziate come responsabili della sclerosi multipla.
Successivamente gli scienziati hanno cercato di capire se l'espansione di linfociti TH17 nell'intestino dei pazienti con sclerosi multipla fosse associata a uno squilibrio delle popolazioni batteriche che normalmente lo abitano. Microrganismi che regolano numerose attività del nostro organismo, tra cui proprio il funzionamento del sistema immunitario. Ebbene, i ricercatori hanno evidenziato che nei pazienti con malattia attiva, con ricadute cliniche o documentate dalla risonanza magnetica, c'erano "due vistose anomalie: una quantità ridotta di Prevotella, batterio che riduce il differenziamento dei linfociti in cellule TH17, e l'aumento di due ceppi di Streptococco (oralis e mitis) che solitamente risiedono nella cavità orale e hanno notevoli capacità infiammatorie".
"I risultati del nostro studio suggeriscono un ruolo importante della flora batterica intestinale nella patogenesi della sclerosi multipla recidivante-remittente", afferma Falcone. "Ciò non deve stupire", aggiunge, perché "le popolazioni batteriche che vivono nel nostro intestino interagiscono continuamente con il sistema immunitario. L'alterazione del loro equilibrio favorisce uno squilibrio immunologico a livello intestinale ma anche sistemico, con conseguenze importanti nel campo di tutte le malattie immuno-mediate, e in particolare delle patologie autoimmuni come la sclerosi multipla o il diabete di tipo 1".
"Lo studio sulle possibili relazioni tra microbiota e sclerosi multipla, campo nuovo ma in rapida espansione - commenta Martinelli - non è importante solo per la comprensione dei meccanismi patogenetici della sclerosi multipla, ma potrebbe anche avere un ruolo nel decorso della malattia e nella risposta ai trattamenti".

domenica 19 novembre 2017

Harry Wu, il Solgenitsyn cinese

Harry Wu, il Solgenitsyn cinese


Controrivoluzionario, cattolico, reazionario, revisionista: con queste etichette, con queste genericissime accuse, che ricordano le condanne giacobine della rivoluzione francese, e l’articolo 58 del codice penale sovietico, milioni di uomini sono stati e sono rinchiusi a tutt’oggi nei campi di concentramento cinesi, senza processo alcuno.
Il regime li chiama “campi per la rieducazione attraverso il lavoro”, utilizzando la stessa terminologia ingannatrice dei nazionalsocialisti e dei sovietici.

L’unica differenza, scrive Harry Wu (morto nel 2016), è che i lager sono stati chiusi nel 1945, i gulag hanno continuato per altri decenni, mentre i lager cinesi, sono ancora in perfetta salute, cinquant’anni dopo l’ascesa al potere di Mao. “Morirò contento, scrive Harry Wu nella prefazione alle sue straordinarie e imperdibili memorie[1], quando la parola laogai apparirà sui dizionari di tutte le lingue del mondo”; quando l’Occidente non fingerà più di non vedere, per interessi economici e per l’astuta propaganda di quei “nostalgici comunisti di tutti i paesi” che, ancora “occupati a occultare tenacemente il gulag sovietico”, non possono tollerare “l’ulteriore conoscenza della realtà concentrazionaria socialista in veste cinese”.

La storia di Harry Wu è quella di un ragazzo di buona famiglia, il cui padre, banchiere a Shanghai, ha studiato in una scuola cristiana e appartiene alla “classe medio alta occidentalizzata”. Allo scoppio della rivoluzione maoista il padre di Harry non vuole scappare, ma pensa che continuerà a servire il nuovo governo, da fedele patriota. Non sa che la semplice appartenenza alla borghesia costituisce per Mao un peccato originale incancellabile, da pagare tutta la vita con l’emarginazione e la persecuzione. Harry frequenta le scuole dei Gesuiti con grande entusiasmo: “Ciò che più mi affascinava di quella religione straniera -ricorda- era la gentilezza, l’onestà e la serenità dei preti”. Ma ben presto i sacerdoti come padre Capolito, che ha introdotto Wu all’amore per le materie scientifiche, vengono scacciati dal paese, e nelle scuole prendono il sopravvento “due nuovi corsi: uno sulla teoria di Darwin e l’altro sulla teoria di sviluppo sociale marxista”.

Per eliminare i missionari cristiani, per cancellare il buon ricordo che il popolo aveva di loro, il governo comunista provvede a spargere a piene mani calunnie, spiegando che nella chiese della città i sacerdoti, “lupi in abiti religiosi” , ammassavano armi, segno evidente del loro essere “spie ed agenti degli imperialisti”; che negli orfanotrofi gestiti da religiosi i bambini non venivano affatto curati, ma lasciati morire di fame; e, infine, che esistevano “relazioni intime tra preti stranieri e donne cinesi”.

Mentre il mondo intorno a lui cambia vertiginosamente, Wu decide di iscriversi all’Istituto di Geologia di Pechino. Il suo interesse è lo studio, ma ben presto si rende conto che il Partito vuole prendersi la vita dei giovani: le sedute per studiare i documenti del partito si alternano ai saggi autobiografici che ognuno deve scrivere periodicamente per svelare le sue idee, i suoi pensieri e la storia della sua famiglia. Tutto può essere usato contro di te, o perché hai omesso di denunciare il padre “capitalista”, o semplicemente perché non lo deplori abbastanza, o perché non hai ancora una coscienza sufficientemente rivoluzionaria e conservi residui di “mentalità borghese”. In un modo o nell’altro il povero Wu, durante la Campagna dei Cento Fiori, in cui Mao ha chiesto ai cinesi di esprimersi liberamente sui suoi primi anni di governo, si permette qualche piccola critica all’operato del Partito. Diventa così un “controrivoluzionario di destra”, ed è chiamato a scrivere un’autocritica dietro l’altra, da presentare ai suoi superiori, a partecipare a “sessioni di lotta” in cui deve auto-accusarsi dinanzi ai compagni – ammettendo di essere cresciuto in una famiglia ricca, di aver condotto una vita agiata, di aver dedicato tempo allo sport, inutile per i bisogni delle masse-, e in cui i compagni fanno a gara ad inveire contro la vittima designata di turno.

Il suo destino è dunque segnato: viene inviato in campi di lavoro forzati, senza sapere bene né il perché né la durata della condanna. Per ben 19 anni vivrà in luoghi dalle condizioni di vita impossibili, aziende agricole e miniere di stato, senza alcun diritto, soffrendo la fame, le percosse, le umiliazioni più terribili, sempre nel terrore di nuove condanne. Il sistema fa infatti in modo che nei laogai tutti diventino nemici: non si può parlare con gli altri detenuti, formando piccoli gruppetti, altrimenti si viene etichettati come “cricca rivoluzionaria”, con pene durissime; i capi invitano alla delazione, e i prigionieri si accusano a vicenda per dimostrarsi ligi al partito e meritare un boccone in più. Molti muoiono di fame, altri di diarrea, dissanguati, altri si suicidano. Si vive in mezzo ai propri escrementi, spesso rinchiusi in celle piccolissime, dove si sta a malapena, rannicchiati su se stessi. Intere pagine sono dedicate ai tentativi di procurarsi un cavolo o una vecchia carota, di nascosto; agli scavi per rubare i depositi di cibo dei topi; alla descrizione di compagni di prigionia ormai incapaci di controllare gli sfinteri e morti, nelle latrine, di dissenteria. Vi sono descrizioni struggenti di prigionieri che si siedono e iniziano a descrivere e ad immaginare cibi succulenti, vivande saporite, fingendo di assaggiarle, di gustarle veramente.


Eppure, in mezzo a questa disperazione, alla lotta di tutti contro tutti, Wu non si arrende, non si rassegna a perdere ogni umanità, a divenire un bruto attento solo alla sua sopravvivenza: il suo diario è pieno di domande, sul perché di tanto dolore (“Qualcosa dentro di me gridava: dove è il mio Dio, mio Padre? Aiutami. Guidami. Benedicimi”), ma anche di tentativi di alleviare la sofferenza dei compagni, di combattere il proprio egoismo, di rendere più umano il rapporto con gli altri detenuti, di non perdere del tutto generosità e compassione. Ogni volta che acquista una posizione all’interno del campo, e riceve un ruolo di qualche importanza, si accende nel suo animo una lotta immensa: mantenere i privilegi raggiunti, magari a scapito degli altri, oppure rispettare la giustizia? “Avevo perduto i miei privilegi, scrive ad un certo punto, riferendosi proprio ad un gesto di generosità che gli era costato la fiducia del suo superiore, ma avevo riconquistato il rispetto di me stesso”.

Leggere la vita di Wu, non è analizzare la storia della lotta politica allo schiavismo, impossibile in certe condizioni, ma osservare e contemplare la lotta umana, spirituale, di un uomo, in questo caso di un cristiano, che non vuole perdere la Speranza, di fronte al dolore, all’assurdità, all’egoismo che inevitabilmente si rafforza quando si è in condizioni disperate, e che nello stesso tempo vuole contrastare con la sua visione religiosa dell’uomo e della sua dignità, quella concezione materialistica che è all’origine dei Laogai e dello sfruttamento sistematico dell’uomo sull’uomo. “La vita umana qui non ha valore -pensa Wu-, non è più importante della cenere di sigaretta sparsa nel vento. Ma se la vita di una persona non ha valore, allora anche la società che foggia questa vita non ha valore. Se la gente non è altro che polvere (secondo il materialismo marxista, ndr), allora la società non vale nulla e non merita di continuare. E se la società rischia di non continuare, tocca a me fare qualcosa per impedirlo. In quel momento seppi che non potevo morire”. Ad un certo punto Wu riporta un interessante diaologo con un suo carceriere di nome Yang:

“ ‘Bene’, replicò…Poi il suo tono cambiò. “Ho letto il tuo fascicolo. Sei cattolico?”…Secondo la dottrina comunista si poteva diventare un vero marxista soltanto dopo aver rinunciato a qualsiasi fede in Dio. A partire dal 1950, cristiani, buddisti e musulmani erano stati ferocemente attaccati in una serie di movimenti politici nazionali. Avevo visto alcuni dei miei insegnanti criticati e condannati per aver diffuso il veleno di una fede straniera. Ci si aspettava che i comunisti fossero materialisti e atei, e io sapevo che il capitano Yang mi stava sfidando a ripudiare la mia fede dell’infanzia. “Quando ero piccolo, risposi cauto, sono stato battezzato a scuola”. “Che cosa è il battesimo?”, replicò con sarcasmo. “Non è come un bagno o una doccia?”. Yang era una persona ignorante, ma ora stava giocando con me al gatto e al topo. Anche se ero un suo favorito, percepivo la sua crudeltà. Scuotendo le spalle risposi con noncuranza. “Non ne sono sicuro, ma penso sia una cerimonia seria”. “I cattolici dicono che l’essere umano è stato creato da Dio. Come ha fatto? Ha preso semplicemente della terra in mano e vi ha soffiato sopra, come una specie di magia?”. Per quanto remote fossero ormai le mie credenze cattoliche, mi sentii assalire dalla rabbia e decisi che dovevo mettere fine a quella conversazione. “Lei è un membro del partito”, cominciai, rispettosamente. “Deve per forza essere materialista”. Annuì. “Mi direbbe da dove vengono gli esseri umani?”. Sicuro di sé, sembrò soddisfatto dell’opportunità per educarmi. “Gli uomini, sentenziò, si sono evoluti dalle scimmie”. Mi finsi ignorante. “Allora significa che la scimmia era un nostro antenato?”. “Credo di sì”. “Allora quando vado allo zoo, posso vedere i suoi progenitori?”. La faccia di Yang si rannuvolò. “Una scimmia è una scimmia; i miei antenati sono i miei antenati. C’è qualche collegamento. Non sono esattamente sicuro…”. Anch’io assunsi un’espressione confusa, ma dentro di me mi ritenevo soddisfatto…L’unica differenza tra quest’uomo e le scimmie, pensai, è che le scimmie non fumano sigarette. Per la prima volta riconobbi pienamente i miei sentimenti di disprezzo verso il mio padrone. “Comunque, continuò Yang, il tuo Dio non ti è d’aiuto qui”. “Come lo sai?”, chiesi. “Non può tirarti fuori di qui e non può procurarti del cibo”, riprese Yang. “E’ vero, ripresi cauto, ma non mi ha realmente lasciato solo. E mi offre un altro tipo di cibo”. “A che serve?”, insistette Yang. “Penso che prima o poi lo abbandonerai”. “Un giorno abbandonerò la mia vita corporale, ma non quella spirituale”, affermai serenamente. In quel momento di prova, sentivo la mia fede in Dio rafforzarsi e riaffermarsi. “Sei molto testardo! Hai una lunga strada da fare per riformarti…”, conclude il capitano Yang.
Nella barbarie più cupa, un uomo che mantiene il senso del divino e della dignità umana, e che, una volta libero, continua a lottare per la giustizia e per la liberazione dei fratelli, è un miracolo di cui stupirsi e di cui ringraziare. Un miracolo che la fede, in questo caso ed in moltissimi altri, ha reso possibile.

[1] Harry Wu, “Controrivoluzionario. I miei anni nei lager cinesi”, San Paolo, Milano, 2008.

domenica 12 novembre 2017

Che cosa ci insegnano i cristiani che resistettero al comunismo (e quelli che non lo fecero)

Che cosa ci insegnano i cristiani
 che resistettero al comunismo
(e quelli che non lo fecero)
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Quando arriverà il centenario della Rivoluzione russa il 7 novembre, le comunità cattoliche dell’Europa dell’Est faranno memoria delle tremende avversità che essa scatenò contro di loro. Ma visto che i cristiani soffrono ancora oggi in tutto il mondo, sarà anche un’occasione per riflettere su quali strategie di sopravvivenza sono più efficaci contro la persecuzione.


Il regime comunista fu imposto gradualmente, rendendo difficile una reazione definita. E se il suo obiettivo ultimo non mutò mai, i suoi metodi si evolverono – così come il tipo di testimonianza cristiana necessario a resistere alle pressioni.

Già nel 1917 il programma di  della Chiesa era tutt’altro che nuovo. Qualcosa di analogo erano stati il maltrattamento del clero cattolico réfractaire durante la Rivoluzione francese, i mangiapreti [in italiano nel testo originale, ndr] di Garibaldi e la Comune di Parigi del 1871.


Marx e Engels avevano celebrato la Comune come la prima dittatura del proletariato. Essa aveva riportato la rivoluzione in agenda dopo la soppressione dei moti del 1848. Aveva anche infranto il “potere clericale” della Chiesa, mettendolo nel fronte avversario rispetto al “popolo”. Se i comunardi erano stati sconfitti, comprese Marx, fu perché non avevano conservato la necessaria crudeltà.

Lenin, la mente rivoluzionaria della Russia, concordava sul fatto che la Comune era stata intralciata da un idealismo ingenuo. Ma ne condivideva in pieno il disprezzo verso la Chiesa, con le sue “radici profonde” nella dominazione capitalista.

«Ogni idea religiosa, ogni idea di un qualsiasi buon dio, perfino ogni civettare con il buon dio è qualcosa di incredibilmente abominevole», disse Lenin allo scrittore Maksim Gorkij.

Ecco che razza di nemico si ritrovò contro la piccola e vulnerabile comunità cattolica della Russia. Eppure, perfino mentre gli squadroni della morte bolscevichi battevano il paese, sottoponendo i preti a esecuzioni sommarie e impadronendosi dei beni della Chiesa, permaneva la speranza che il fervore iniziale facesse largo a qualcosa di più moderato.

La rivoluzione aveva spazzato via i privilegi tradizionali della Chiesa ortodossa russa, creando opportunità per altre confessioni. Anche in Vaticano qualcuno vedeva segnali di una “evoluzione positiva”.

Ma le speranze di un futuro più giusto furono presto dissipate.

In mancanza di legittimazione politica, il regime di Lenin dovette trovare modi per sottomettere la popolazione. A un anno dall’inizio della rivoluzione, mentre una polizia paramilitare forte di 40 mila uomini, la Čeka, operava dalla Lubjanka di Mosca e i tribunali del popolo emettevano sentenze secondo “i dettami della coscienza rivoluzionaria”, un “decreto sul terrore rosso” stabilì l’eliminazione di chiunque fosse sospettato di fare opposizione.

«Bisogna dare l’esempio», ordinava un telegramma di Lenin a un comitato locale. «Impiccare (impiccare senz’ombra di dubbio, cosicché la gente possa vedere) non meno di cento kulaki conosciuti, ricchi bastardi e noti sanguisughe… Fatelo in modo che la gente per miglia possa vedere, tremare, sapere».

Le sole virtù morali e devozioni spirituali consentite, mise in chiaro Lenin, erano quelle che servivano la rivoluzione. E anche se qualche religioso avesse proclamato di crederci, costui avrebbe soltanto danneggiato la causa dall’interno. «Dobbiamo giustiziare non solo il colpevole», diceva Nikolaj Krylenko, presidente della Corte suprema del Soviet. «L’esecuzione di un innocente impressionerà le masse perfino di più».

Dal momento che il regime inizialmente concentrò la sua furia sulla Chiesa ortodossa, ai cattolici fu risparmiato il peggio. Ma già nei primi anni Venti i preti cattolici si videro infliggere il carcere a vita per aver resistito al regime sovietico, e tutte le chiese cattoliche a Mosca e a Petrograd (San Pietroburgo) vennero chiuse.

Nel marzo del 1923, il capo della Chiesa cattolica in Russia, l’arcivescovo Jan Cieplak, e il suo vicario generale, monsignor Konstanty Budkiewicz, furono ritenuti colpevoli insieme a 21 altri membri del clero di aver creato una “organizzazione controrivoluzionaria”. Cieplak e Budkiewicz furono condannati alla fucilazione, altri all’ergastolo. E cinque giorni dopo, nella domenica di Pasqua, nonostante gli appelli internazionali, Budkiewicz fu giustiziato alla Lubjanka.


La sentenza di Cieplak fu commutata in dieci anni di carcere perché «la pena che egli merita davvero può essere interpretata da elementi reazionari della popolazione cattolica romana come diretta contro il proprio credo». Egli rimase in prigione fino all’aprile del 1924, quando improvvisamente fu caricato su un treno per Riga ed espulso.

Entro la fine degli anni Trenta, era diventato chiaro che niente avrebbe potuto salvare le chiese dell’Unione Sovietica.


Stalin aveva seguito l’appello di Lenin alla “audacia rivoluzionaria”, portandola ben oltre quanto lo stesso Lenin aveva previsto. La campagna contro i kulaki, gli agricoltori benestanti, costò 6,5 milioni di vite, mentre la famigerata “carestia del terrore” in Ucraina ne portò via altri otto milioni, e la Grande Purga staliniana sette milioni ancora.


45 mila chiese ortodosse giacevano in rovina, circa 110 mila membri del clero ortodosso furono fucilati, impiccati, bruciati vivi, annegati nei canali o crocifissi alle porte delle chiese.


Quanto ai cattolici russi, perirono 422 sacerdoti insieme a 962 monaci, suore e laici. Tutti i 1.240 luoghi di culto, tranne due, furono chiusi o trasformati in negozi, magazzini, fattorie e bagni pubblici.


Perché la Chiesa aveva incontrato tanta ostilità? Fino a che punto aveva compreso la sfida rappresentata dal comunismo? Tali interrogativi saranno affrontati dai pastori della Chiesa dell’Europa orientale quando il regime comunista arriverà negli anni Quaranta sulle baionette dell’Armata Rossa vittoriosa. Ed essi risponderanno in maniera diversa.


Mentre le comunità greco-cattoliche che univano la liturgia orientale alla lealtà a Roma furono selvaggiamente soppresse in Ucraina e in Romania, altrove i cardinali cattolici – Stefan Wyszyński in Polonia, Josef Beran in Cecoslovacchia, József Mindszenty in Ungheria, Alojzije Stepinac in Jugoslavia – tentarono tutti di compattare i cattolici in difesa della Chiesa, sulla base della loro visione della situazione locale. Nel tempo furono tutti deposti, a dimostrazione del fatto che le posizioni della Chiesa, collaborative o conflittuali che fossero, in ultima analisi non incidevano molto sull’ostilità comunista.


Le capacità di leadership, però, giocarono un loro ruolo. Mentre Mindszenty e Stepinac avevano rigettato in toto il programma comunista, Wyszyński si era mostrato disponibile ad accettarlo, nella convinzione che i comunisti, come chiunque altro, fossero disposti a lasciarsi convincere, e che una flessibilità intelligente, anziché un rigore intransigente, avesse più possibilità di salvare la Chiesa.


Wyszyński era pronto a prendere il regime in parola, studiare le sue decisioni e raggiungere accordi con esso, evitando di lasciarsi trascinare nell’opposizione militante o di abbandonarsi a reazioni eccessive con condanne retoriche.


Nemmeno questo esentò Wyszyński dall’essere incarcerato nel 1953, quando il regime di Bolesław Bierut impose un giro di vite. Perfino al culmine del dominio stalinista, però, la Chiesa polacca aveva troppo consenso perché il regime rischiasse uno scontro frontale.


Scrivendo negli anni Settanta, Mindszenty giustificò il suo atteggiamento più conflittuale sostenendo di avere intuito il pericolo quando altri capi della Chiesa si erano bevuti gli annunci propagandistici secondo i quali il comunismo stava diventando più tollerante.


Lo schema era chiaro, secondo Mindszenty. I regimi erano determinati a distruggere la fede, e lo avrebbero fatto anche se i cristiani si fossero mostrati accomdanti, come aveva confermato il destino della Chiesa ortodossa russa. Nella “sfida decisiva” tra il cristianesimo e il comunismo, non ci si poteva fare illusioni di neutralità e appeasement.


«Ero convinto che fossimo chiamati alla testimonianza», spiegò Mindszenty. «Gli studi storici mi avevano insegnato che il compromesso con questo nemico avrebbe fatto quasi sempre il suo gioco».


Per ironia, era l’esatto contrario di quanto aveva concluso Wyszyński, proprio a partire dall’esempio degli ortodossi russi. Egli sapeva che la Chiesa avrebbe avuto i suoi martiri, e che il silenzio e la timidezza avrebbero solo rafforzato i suoi nemici. Ma percepiva anche che, presto o tardi, il regime avrebbe superato se stesso e avrebbe dovuto riconoscere che, perfino sotto il comunismo, una Chiesa forte avrebbe rappresentato una risorsa permanente.


Come previsto, nel giro di tre anni Wyszyński fu rimesso in carica, quando il successore di Bierut, Władysław Gomułk, ebbe bisogno del sostegno della Chiesa per una “via polacca al socialismo” riformista. E sebbene altri decenni di conflitto sarebbero trascorsi ancora, la Chiesa polacca in fin dei conti sarebbe prosperata.


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Quali lezioni possono essere tratte oggi da tutto questo? Una viene dall’adagio attribuito a Thomas Jefferson, secondo cui il prezzo della libertà è un’eterna vigilanza. La Chiesa dovrebbe essere sempre consapevole dei pericoli che possono minacciarla, e dovrebbe elaborare le proprie risposte in anticipo.


Un’altra lezione è la necessità della non-violenza. Se una diplomazia pacata è in grado di ottenere risultati nel breve periodo, non ci si può fare affidamento. E quando le cose vanno male, la risposta migliore sarà sempre la protesta rumorosa ma pacifica.


Alcune delle condizioni morali [poste dalla] Chiesa per giustificare una resistenza armata contro “tirannie evidenti e prolungate” avrebbero potuto essere facilmente applicate nel caso del dominio comunista. Ma il ricorso alla violenza – dalle brigate partigiane del Dopoguerra alla Rivoluzione ungherese del 1956 – aveva rafforzato i regimi anziché indebolirli. La resistenza pacifica, come capì rapidamente papa Giovanni Paolo II, offriva migliori possibilità.


Un’ulteriore conclusione che possiamo trarre è che la Chiesa deve sempre essere indipendente dallo Stato – non in una separazione aggressiva o negativa, ma mantenendo la sua autonomia e la sua struttura interna.


Fin dalla Rivoluzione francese, i regimi totalitari avevano tentato di creare una Chiesa cattolica alternativa, indipendente da Roma; e quando fallirono, le reazioni furono violente. Eppure tormento e persecuzione, ancorché spaventosi, si sono dimostrati meno pericolosi per la fede che non l’accomodamento e l’apatia. La Chiesa è sopravvissuta alla brutalità. Ma potrebbe non sopravvivere al compromesso riguardo ai suoi valori e alla corruzione del suo ordine canonico.


Per quanto illuminata e ragionevole sia, la Chiesa avrà sempre i suoi nemici. Perciò, deve essere sempre abile e giudiziosa nel modo in cui li tratta, mantenendo una visione a lungo termine che individui il giusto equilibrio tra testimonianza e diplomazia, e che eviti di compromettere l’indipendenza spirituale e morale della Chiesa in cambio di protezione istituzionale e vantaggio materiale.


Il sistema di dominio istituito da Lenin un secolo fa rese difficile vivere onestamente, e ancor più difficile raggiungere il bene. Il fatto che molti lo fecero, per scelta consapevole e con forza di volontà, fu un segno importante di redenzione. Il coraggio e la forza di pochi compensarono la paura e la debolezza di molti, espiando i loro peccati ed errori, e contribuendo alla liberazione e alla salvezza di intere comunità.



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Che cosa ci insegnano i cristiani che resistettero al comunismo (e quelli che non lo fecero)


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Novembre 12, 2017 Jonathan Luxmoore
La persecuzione, per quanto spaventosa, si è dimostrata meno pericolosa per la fede che non l’accomodamento. Una riflessione a cento anni dalla Rivoluzione russa
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Per gentile concessione del Catholic Herald, proponiamo di seguito in una nostra traduzione un articolo di Jonathan Luxmoore apparso nel numero del 3 novembre 2017 del settimanale britannico. Luxmoore è autore di uno studio in due volumi sui martiri cristiani dell’era comunista, The God of the Gulag, edito da Gracewing. Il testo originale in inglese è pubblicato in questa pagina.
Quando arriverà il centenario della Rivoluzione russa il 7 novembre, le comunità cattoliche dell’Europa dell’Est faranno memoria delle tremende avversità che essa scatenò contro di loro. Ma visto che i cristiani soffrono ancora oggi in tutto il mondo, sarà anche un’occasione per riflettere su quali strategie di sopravvivenza sono più efficaci contro la persecuzione.
Il regime comunista fu imposto gradualmente, rendendo difficile una reazione definita. E se il suo obiettivo ultimo non mutò mai, i suoi metodi si evolverono – così come il tipo di testimonianza cristiana necessario a resistere alle pressioni.
Già nel 1917 il programma di eliminazione della Chiesa era tutt’altro che nuovo. Qualcosa di analogo erano stati il maltrattamento del clero cattolico réfractaire durante la Rivoluzione francese, i mangiapreti [in italiano nel testo originale, ndr] di Garibaldi e la Comune di Parigi del 1871.
Marx e Engels avevano celebrato la Comune come la prima dittatura del proletariato. Essa aveva riportato la rivoluzione in agenda dopo la soppressione dei moti del 1848. Aveva anche infranto il “potere clericale” della Chiesa, mettendolo nel fronte avversario rispetto al “popolo”. Se i comunardi erano stati sconfitti, comprese Marx, fu perché non avevano conservato la necessaria crudeltà.
Lenin, la mente rivoluzionaria della Russia, concordava sul fatto che la Comune era stata intralciata da un idealismo ingenuo. Ma ne condivideva in pieno il disprezzo verso la Chiesa, con le sue “radici profonde” nella dominazione capitalista.
«Ogni idea religiosa, ogni idea di un qualsiasi buon dio, perfino ogni civettare con il buon dio è qualcosa di incredibilmente abominevole», disse Lenin allo scrittore Maksim Gorkij.
Ecco che razza di nemico si ritrovò contro la piccola e vulnerabile comunità cattolica della Russia. Eppure, perfino mentre gli squadroni della morte bolscevichi battevano il paese, sottoponendo i preti a esecuzioni sommarie e impadronendosi dei beni della Chiesa, permaneva la speranza che il fervore iniziale facesse largo a qualcosa di più moderato.
La rivoluzione aveva spazzato via i privilegi tradizionali della Chiesa ortodossa russa, creando opportunità per altre confessioni. Anche in Vaticano qualcuno vedeva segnali di una “evoluzione positiva”.
Ma le speranze di un futuro più giusto furono presto dissipate.
In mancanza di legittimazione politica, il regime di Lenin dovette trovare modi per sottomettere la popolazione. A un anno dall’inizio della rivoluzione, mentre una polizia paramilitare forte di 40 mila uomini, la Čeka, operava dalla Lubjanka di Mosca e i tribunali del popolo emettevano sentenze secondo “i dettami della coscienza rivoluzionaria”, un “decreto sul terrore rosso” stabilì l’eliminazione di chiunque fosse sospettato di fare opposizione.
«Bisogna dare l’esempio», ordinava un telegramma di Lenin a un comitato locale. «Impiccare (impiccare senz’ombra di dubbio, cosicché la gente possa vedere) non meno di cento kulaki conosciuti, ricchi bastardi e noti sanguisughe… Fatelo in modo che la gente per miglia possa vedere, tremare, sapere».
Le sole virtù morali e devozioni spirituali consentite, mise in chiaro Lenin, erano quelle che servivano la rivoluzione. E anche se qualche religioso avesse proclamato di crederci, costui avrebbe soltanto danneggiato la causa dall’interno. «Dobbiamo giustiziare non solo il colpevole», diceva Nikolaj Krylenko, presidente della Corte suprema del Soviet. «L’esecuzione di un innocente impressionerà le masse perfino di più».
Dal momento che il regime inizialmente concentrò la sua furia sulla Chiesa ortodossa, ai cattolici fu risparmiato il peggio. Ma già nei primi anni Venti i preti cattolici si videro infliggere il carcere a vita per aver resistito al regime sovietico, e tutte le chiese cattoliche a Mosca e a Petrograd (San Pietroburgo) vennero chiuse.
Nel marzo del 1923, il capo della Chiesa cattolica in Russia, l’arcivescovo Jan Cieplak, e il suo vicario generale, monsignor Konstanty Budkiewicz, furono ritenuti colpevoli insieme a 21 altri membri del clero di aver creato una “organizzazione controrivoluzionaria”. Cieplak e Budkiewicz furono condannati alla fucilazione, altri all’ergastolo. E cinque giorni dopo, nella domenica di Pasqua, nonostante gli appelli internazionali, Budkiewicz fu giustiziato alla Lubjanka.
La sentenza di Cieplak fu commutata in dieci anni di carcere perché «la pena che egli merita davvero può essere interpretata da elementi reazionari della popolazione cattolica romana come diretta contro il proprio credo». Egli rimase in prigione fino all’aprile del 1924, quando improvvisamente fu caricato su un treno per Riga ed espulso.
Entro la fine degli anni Trenta, era diventato chiaro che niente avrebbe potuto salvare le chiese dell’Unione Sovietica.
Stalin aveva seguito l’appello di Lenin alla “audacia rivoluzionaria”, portandola ben oltre quanto lo stesso Lenin aveva previsto. La campagna contro i kulaki, gli agricoltori benestanti, costò 6,5 milioni di vite, mentre la famigerata “carestia del terrore” in Ucraina ne portò via altri otto milioni, e la Grande Purga staliniana sette milioni ancora.
45 mila chiese ortodosse giacevano in rovina, circa 110 mila membri del clero ortodosso furono fucilati, impiccati, bruciati vivi, annegati nei canali o crocifissi alle porte delle chiese.
Quanto ai cattolici russi, perirono 422 sacerdoti insieme a 962 monaci, suore e laici. Tutti i 1.240 luoghi di culto, tranne due, furono chiusi o trasformati in negozi, magazzini, fattorie e bagni pubblici.
Perché la Chiesa aveva incontrato tanta ostilità? Fino a che punto aveva compreso la sfida rappresentata dal comunismo? Tali interrogativi saranno affrontati dai pastori della Chiesa dell’Europa orientale quando il regime comunista arriverà negli anni Quaranta sulle baionette dell’Armata Rossa vittoriosa. Ed essi risponderanno in maniera diversa.
Mentre le comunità greco-cattoliche che univano la liturgia orientale alla lealtà a Roma furono selvaggiamente soppresse in Ucraina e in Romania, altrove i cardinali cattolici – Stefan Wyszyński in Polonia, Josef Beran in Cecoslovacchia, József Mindszenty in Ungheria, Alojzije Stepinac in Jugoslavia – tentarono tutti di compattare i cattolici in difesa della Chiesa, sulla base della loro visione della situazione locale. Nel tempo furono tutti deposti, a dimostrazione del fatto che le posizioni della Chiesa, collaborative o conflittuali che fossero, in ultima analisi non incidevano molto sull’ostilità comunista.
Le capacità di leadership, però, giocarono un loro ruolo. Mentre Mindszenty e Stepinac avevano rigettato in toto il programma comunista, Wyszyński si era mostrato disponibile ad accettarlo, nella convinzione che i comunisti, come chiunque altro, fossero disposti a lasciarsi convincere, e che una flessibilità intelligente, anziché un rigore intransigente, avesse più possibilità di salvare la Chiesa.
Wyszyński era pronto a prendere il regime in parola, studiare le sue decisioni e raggiungere accordi con esso, evitando di lasciarsi trascinare nell’opposizione militante o di abbandonarsi a reazioni eccessive con condanne retoriche.
Nemmeno questo esentò Wyszyński dall’essere incarcerato nel 1953, quando il regime di Bolesław Bierut impose un giro di vite. Perfino al culmine del dominio stalinista, però, la Chiesa polacca aveva troppo consenso perché il regime rischiasse uno scontro frontale.
Scrivendo negli anni Settanta, Mindszenty giustificò il suo atteggiamento più conflittuale sostenendo di avere intuito il pericolo quando altri capi della Chiesa si erano bevuti gli annunci propagandistici secondo i quali il comunismo stava diventando più tollerante.
Lo schema era chiaro, secondo Mindszenty. I regimi erano determinati a distruggere la fede, e lo avrebbero fatto anche se i cristiani si fossero mostrati accomdanti, come aveva confermato il destino della Chiesa ortodossa russa. Nella “sfida decisiva” tra il cristianesimo e il comunismo, non ci si poteva fare illusioni di neutralità e appeasement.
«Ero convinto che fossimo chiamati alla testimonianza», spiegò Mindszenty. «Gli studi storici mi avevano insegnato che il compromesso con questo nemico avrebbe fatto quasi sempre il suo gioco».
Per ironia, era l’esatto contrario di quanto aveva concluso Wyszyński, proprio a partire dall’esempio degli ortodossi russi. Egli sapeva che la Chiesa avrebbe avuto i suoi martiri, e che il silenzio e la timidezza avrebbero solo rafforzato i suoi nemici. Ma percepiva anche che, presto o tardi, il regime avrebbe superato se stesso e avrebbe dovuto riconoscere che, perfino sotto il comunismo, una Chiesa forte avrebbe rappresentato una risorsa permanente.
Come previsto, nel giro di tre anni Wyszyński fu rimesso in carica, quando il successore di Bierut, Władysław Gomułk, ebbe bisogno del sostegno della Chiesa per una “via polacca al socialismo” riformista. E sebbene altri decenni di conflitto sarebbero trascorsi ancora, la Chiesa polacca in fin dei conti sarebbe prosperata.
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Quali lezioni possono essere tratte oggi da tutto questo? Una viene dall’adagio attribuito a Thomas Jefferson, secondo cui il prezzo della libertà è un’eterna vigilanza. La Chiesa dovrebbe essere sempre consapevole dei pericoli che possono minacciarla, e dovrebbe elaborare le proprie risposte in anticipo.
Un’altra lezione è la necessità della non-violenza. Se una diplomazia pacata è in grado di ottenere risultati nel breve periodo, non ci si può fare affidamento. E quando le cose vanno male, la risposta migliore sarà sempre la protesta rumorosa ma pacifica.
Alcune delle condizioni morali [poste dalla] Chiesa per giustificare una resistenza armata contro “tirannie evidenti e prolungate” avrebbero potuto essere facilmente applicate nel caso del dominio comunista. Ma il ricorso alla violenza – dalle brigate partigiane del Dopoguerra alla Rivoluzione ungherese del 1956 – aveva rafforzato i regimi anziché indebolirli. La resistenza pacifica, come capì rapidamente papa Giovanni Paolo II, offriva migliori possibilità.
Un’ulteriore conclusione che possiamo trarre è che la Chiesa deve sempre essere indipendente dallo Stato – non in una separazione aggressiva o negativa, ma mantenendo la sua autonomia e la sua struttura interna.
Fin dalla Rivoluzione francese, i regimi totalitari avevano tentato di creare una Chiesa cattolica alternativa, indipendente da Roma; e quando fallirono, le reazioni furono violente. Eppure tormento e persecuzione, ancorché spaventosi, si sono dimostrati meno pericolosi per la fede che non l’accomodamento e l’apatia. La Chiesa è sopravvissuta alla brutalità. Ma potrebbe non sopravvivere al compromesso riguardo ai suoi valori e alla corruzione del suo ordine canonico.
Per quanto illuminata e ragionevole sia, la Chiesa avrà sempre i suoi nemici. Perciò, deve essere sempre abile e giudiziosa nel modo in cui li tratta, mantenendo una visione a lungo termine che individui il giusto equilibrio tra testimonianza e diplomazia, e che eviti di compromettere l’indipendenza spirituale e morale della Chiesa in cambio di protezione istituzionale e vantaggio materiale.
Il sistema di dominio istituito da Lenin un secolo fa rese difficile vivere onestamente, e ancor più difficile raggiungere il bene. Il fatto che molti lo fecero, per scelta consapevole e con forza di volontà, fu un segno importante di redenzione. Il coraggio e la forza di pochi compensarono la paura e la debolezza di molti, espiando i loro peccati ed errori, e contribuendo alla liberazione e alla salvezza di intere comunità.


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