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sabato 25 febbraio 2012

ventorino


Esperienza e presenza
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la parola esperienza indica l'avvenimento del processo che porta all'affermazione, alla realizzazione di sé, cioè alla maturità. Se il contenuto della nostra compagnia, intenzionale e pratico, non diventa esperienza, allora non viene assimilato, cioè non fertilizza e non rende frutto la nostra vita; perciò dopo cinque anni siamo come prima, soltanto bardati, se non soffocati, da un cumulo di schematiche espressioni e di pratiche acquisite8.
L'esperienza è il centuplo adesso, perché «il centuplo o è adesso o non sarà neanche domani, perché il centuplo è il di più di verità su quello che sto facendo [...] in base all'ideale che la compagnia mi dà, [...] cioè Cristo»9.
La presenza nell'ambiente non è dunque l'affanno per le iniziative o per l'organizzazione,
la presenza sorge come un'umanità cambiata: la presenza è qualcosa che perturba la situazione attraverso una perturbazione presente nella nostra vita. È perché qualcosa che mi perturba che io cambio, e questo mio cambiamento perturba la situazione in cui mi trovo. Presenza è il gusto con cui viviamo la nostra esperienza di fede. Ma la nostra esperienza di fede non si può vivere nella stratosfera: ecco perché la presenza è la conversione nel lavoro.10


don Ciccio Venturino
da:Luigi Giussani La virtù dell'amicizia ed.Marietti

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esperienza, giussani, ventorino

giovedì, 05 gennaio 2012

LA COMPAGNIA
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Egli ha concepito il suo Movimento come una vera amicizia, come una preziosa compagnia. È infatti, la compagnia,
l'argomento prezioso con cui Dio ci ha messo su una strada, e se noi la seguiamo con attenzione e con semplicità di cuore, con sincerità, ci fa crescere in questa percezione del destino dell' altro e della necessità di una nostra corrispondenza con i bisogni di tutti.
E qui citava la Regola definitiva dei Frati Minori, curata da Esser, dove si legge che Francesco suggeriva ai suoi frati, pellegrini per le vie del mondo, senza patria e senza fissa dimora, che dovunque essi si trovassero o si incontrassero dovevano comportarsi come«domestici invicem inter se», familiari fra di loro e ognuno familiare con gli altri. E con commozione faceva notare che Esser commenta: «Troveranno la loro casa nell'amore vicendevole». E così concludeva: «Anche se la vostra casa è ben solida, salda e grande, troverete la vostra casa nell'amore vicendevole -che è l'amicizia -, o nell'amore fraterno (un altro sinonimo
Rivelava in quella circostanza, ancora una volta, quella pre-mura affettuosa che fin dagli anni Settanta aveva generato in lui l'idea di Fraternità, quando, constatando che la gente che lo seguiva era divenuta adulta, aveva compreso che ciascuno, proprio per vivere la propria responsabilità personale, aveva bisogno di un luogo dove abitare, di una piccola comunità o di un gruppo di Fraternità:
il movimento ci ha abituato a percepire la metodologia cristiana in ogni avvenimento di impegno e di realizzazione della persona. Ora, il metodo cristiano di avvenimento della persona è quello della comunionalità: è solo se la persona si "traduce", traduce se stessa in una comunione vissuta e perciò in una comunità, che il suo sforzo può essere sostenuto
In seguito ha avuto modo di mettere in guardia la sua gente contro il rischio di vivere la compagnia del Movimento come un'utopia: «uno strumento cui affidare le proprie speranze», come se fosse essa quella «pienezza di vita raggiungibile» in questa terra. La compagnia cristiana -diceva -è tale, invece, perché essa «è una realtà creata dal cambiamento che la persona, incontrando Cristo, realizza in se stessa». È da quel cambiamento che nasce «un altro modo di vedere, di concepire e di giudicare tutto» e una dinamica nuova dei rapporti, «che si spalancano a una capacità di amare impensabile prima, in un
compito che ha un orizzonte infinito di bene».La compagnia cristiana si identifica innanzitutto «per un tipo di affezione
nuova che nasce tra le persone», nella quale «domina su qualunque altro sentimento la stima dell'altro, la disponibilità ad aiutare, un' amorosità disposta a soccorrere l'altro, a condivi- derne sempre il bisogno, nella percezione fisica del tempo e dello spazio come via al destino».
Don Giussani sapeva bene che nell'uomo c'è una debolezza affettiva come «facilità a dimenticare la domanda fondamentale» e poi una distrazione generata abitualmente da «impressioni che diventano più forti che neanche la forza ridestata dal cuore» e infine dal potere che cerca di impedire che l'incontro.fatto diventi storia, perché cerca di «determinare la vita con i suoi progetti, con i suoi paradigmi, per i suoi scopi», in una parola «tende a ridurre il desiderio». Affinché l'energia e l'intelligenza destata dall'incontro possano farsi storia, c'è bisogno di un alveo, che è la Chiesa come «corpo sociale incidente» o «come forza trainante della società». l'opposizione personale al mondo «è resa possibile solo se uno appartiene a questa unità [...]. Se non si fosse insieme non ci sarebbe la forza per uno: uno che ha la forza di opporsi al potere da solo è uno che crea comunità»
Nella compagnia cristiana si leggono in un modo vero i bisogni che si hanno e perciò si determina una «polis parallela». Essa diventa una «umanità parallela» e uno incomincia a capire «cosa voglia dire rapporto con la donna, cosa voglia dire rapporto di amicizia, cosa voglia dire il rapporto con l'uomo come tale, cosa voglia dire il rapporto col tempo, cosa voglia dire il passato, cosa voglia dire l'errore, lo sbaglio, il peccato, cosa voglia dire il perdono. Insomma, incomincia a capire, a capire che prima non capiva, che gli altri non capiscono, e gli viene una compassione per tutti» Si tratta dunque di una compagnia che si oppone a quella della società, di una compagnia che ti sorregge e che ti corregge, che ti libera dalla tua interpretazione soggettiva e mondana della vita.

 
Per questo non è sufficiente neanche lo studio del testo di Scuola di Comunità, perché il testo "non protesta", e neanche 1 il video "protesta". Puoi fargli dire ciò che vuoi tu. Solo una compagnia reale e vivente, non virtuale, è il luogo della vera conversione. Ciò non toglie affatto importanza al testo o al video, dai quali anzi viene un suggerimento necessario, un criterio di giudizio; ma solo in una serrata convivenza, quel suggerimento e quel criterio divengono realmente punto di orientamento della vita personale.
Può anche diventare equivoca, la compagnia cristiana, ma si rivela assolutamente necessaria. È per questo che la soluzione
non è mai abolirla perché la personalità cristiana si forma solo in essa e, se formata veramente, non può non crearla nella forma voluta dalla sua verità.
La forza del Movimento di don Giussani è scaturita dalla dimensione comunitaria della vita cristiana che egli seppe proporre fin dall'inizio: l'appartenenza a Cristo diviene reale nell'appartenenza ad una compagnia cristiana, sacramento della Sua presenza.
«Segno e mistero coincidono»
affermò poi negli anni della maturità. In forza di questo principio ci ha educati ad una passione per questo grande segno del mistero cristiano che è la nostra amicizia, la quale tende a coincidere con la passione a Cristo e con il senso della totalità dell'esistenza. Per la coscienza di questa coincidenza, l'amicizia che si stabilisce fra di noi, se è
vera, è carica di una tenerezza infinita, nonché di una esigenza assoluta e nello stesso tempo di un rispetto per la libertà di ciascuno, nella quale riconosciamo quella di Dio.
Il Movimento fondato da don Giussani è stato pensato come una "comunione" nella quale si genera una somiglianza che è figliolanza. Il padre è presente nel figlio, nel senso che ne caratterizza la fisionomia, come mentalità e come affezione, e lo
rende in qualche modo un altro se stesso. A questa figliolanza, accolta nella libertà, egli annetteva la partecipazione al suo carisma come volto definitivo di una personalità.
Alla fine degli Esercizi della Fraternità del 1999 ci ha lasciati con una commossa e indimenticabile esortazione:
lo auguro a tutti i capi, a tutti i responsabili delle vostre comunità, ma anche a ognuno di voi, perché ognuno deve essere padre degli amici che ha lì, deve essere madre della gente che ha lì; non dandosi un'aria di superiorità, ma con una carità effettiva. Nessuno, infatti, può essere così fortunato e felice come un uomo e una donna che si sentono fatti dal Signore padri e madri. Padri e madri di tutti coloro che incontrano.
Vi ricordate [...] quando Gesù, andando per i campi con i suoi Apostoli, vide vicino a un paese che si chiamava Nain una donna che piangeva e singhiozzava dietro la bara del figlio morto? E Lui andò là; non le disse: «Ti risuscito il figlio». Ma: «Donna, non piangere», con una tenerezza, affermando una tenerezza e un amore all'essere umano inconfondibili! E infatti, dopo, le diede anche il figlio vivo. Ma non è questo, perché di miracoli possono fame anche altri, ma questo, questa carità, questo amore all'uomo proprio di Cristo non ha nessun paragone in niente! Andiamo.
Don Giussani ha aborrito sempre la riduzione del metodo cristiano a qualcosa di astratto, a una sorta di "modello pastorale" o ad un "discorso". il metodo cristiano -diceva spesso- è quello di Dio, che si rende presente all'uomo attraverso l'uomo, attraverso l'umanità di Cristo e della Chiesa. La bellezza umana e la tenerezza dell'affezione umana sono il veicolo del mistero, perché -come aveva detto ancora Tommaso d'Aquino -nella nostra condizione umana solo «dalle cose visibili veniamo rapiti all'amore e alla conoscenza di quelle invisibili»

don Ciccio Venturino
da:Luigi Giussani La virtù dell'amicizia ed.Marietti


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martedì, 03 gennaio 2012

L'amicizia
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L'amicizia, infatti, «esprime in suprema forma la grandezza dell'uomo: l'imitazione di Dio, che è l'uomo, cui è chiamato l'uomo». Ora Dio, il mistero che fa tutte le cose, come ci viene rivelato attraverso il Figlio di Dio fatto uomo, è amore. «Se la natura dell'Essere è amore -incalzava don Giussani -,allora nell'uomo, che è la creatura fatta a Sua immagine e somiglianza, la virtù suprema sarà questa caritas, questo amore» La carità,- scriveva Tommaso d'Aquino -è la perfezione dell'amore, in quanto ciò che si ama «magni pretii aestimatur», come dice lo stesso nome .
Ma l'amicizia cosa apporta alla parola amore? In che senso è distinguibile dall'amore? E qui, rifacendosi ancora a Tommaso
d'Aquino, don Giussani rispondeva che
«l'amicizia è un amore reciproco; senza reciprocità non c'è amicizia». L'amicizia,infatti, secondo l'Aquinate, aggiunge all'amare un riamarsi scambievole. Pertanto non è possibile avere amicizia con qualcuno, «se non si crede e non si spera di avere con lui condivisione di vita e scambio famiIiare». Perché ci sia amicizia vera si richiede, dunque, «l'amore scambievole: poiché un amico è amico per l'amico{amicus est amico amicus ».
Ma allora l'amicizia è un calcolo?Don Giussanirisponde in modo sorprendente: non può essere un calcolo questa«abolizione della estraneità tra un uomo e l'altro uomo» perché essa è un miracolo, «il miracolo umanamente più affascinante e persuasivo del fatto cristiano». Essa implica, infatti, una «gratuità totale, assoluta, senza alcun calcolo: puro, nudo e crudo amore». Si ama l'altro «perché è», per il mistero che si affaccia in lui, appunto il per il suo destino, «come la prospettiva inesorabile di ogni cosa che si vede».
L'amicizia, dunque, implica questo saper stare di fronte all'altro con la gratuità e la stabilità che l'amore al suo destino richiede. «Non può esserci amicizia tra di noi, non possiamo dirci amici, se non amiamo il destino dell'altro sopra ogni cosa, al di là di qualsiasi tornaconto».
In queste parole, riecheggiano anche quelle di Tommaso d'Aquino, secondo cui quando si ama di un amore che è amicizia, si ama l'altro per se stesso, per il suo bene, e per la connaturalità o compiacenza che si stabilisce con l'altro, l'altro diviene in qualche modo il proprio bene e gli si vuol bene come a se stessi. L'amico diviene, dunque, per l'amico un alter ipse, o come diceva sant' Agostino, dimidium animae suae. Nell'amore di amicizia, per conseguenza, l'amante è in qualche modo nell'amato in quanto reputa il bene e il male dell'amico come propri, come se egli stesso nell'amico gioisse e soffrisse, e così viene fatto come una sola cosa con l'amato.
L'amicizia è un amore corrisposto, ma questo non è mai vero amore, né veramente corrisposto se «il destino dell' altro non mi domina, obbligandomi tante volte anche a dimenticare lo scopo contingente che ci ha messo insieme, perché è più importante quello di qualsiasi altra cosa». Qualsiasi altra ragione mutilerebbe la corrispondenza, perché mutila innanzitutto l'amore: non ci sarebbe né amore, né tanto meno corrispondenza. Giussani raggiungeva la radicalità ultima della parola amicizia quando la definiva«la parola più vicina alla parola Ti adoro». Infatti l'amicizia vera adora l'altro, non perché ha un bel muso, non perché è capace di cantare, ma perché è: perché è. E noi sappiamo cosa vuoI dire per un uomo, a livello umano essere: vuoI dire ave- re una sete di felicità, continuamente inappagata da qualsiasi cosa noi accostassimo.

don Ciccio Venturino
da:Luigi Giussani La virtù dell'amicizia ed.Marietti

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amicizia, giussani, ventorino

venerdì, 05 agosto 2011

DENTRO OGNI VERO AMORE
C'è UNA DOMANDA AL MISTERO
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Mostrami una amante – scriveva uno dei più grandi autori della letteratura europea – che sia pur bellissima, a che servirà la sua bellezza se non come un consiglio, ove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella(Shakspeare).
Ecco perché dentro ogni vero amore c’è una certezza, quella di una presenza più grande che possa realmente compiere e confortare la nostra esigenza di bellezza, cioè di verità e di bene, e c’è pure una domanda, una preghiera. Per cui dentro ogni vero amore sgorga sempre un dialogo con il Mistero di Dio.
DON CICCIO VENTORINO


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ventorino

mercoledì, 27 aprile 2011

Una nuova
intelligenza delle cose


di FRANCESCO VENTORINO
Nel motu proprio Ubicumque et semper, con il quale è stato istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il Papa mostra perché è necessario che le Chiese di antica formazione si presentino al mondo contemporaneo con un nuovo slancio missionario. E suggerisce preziose indicazioni di metodo.
Benedetto XVI, ricordando quanto ha scritto all'inizio della sua prima enciclica Deus caritas est - e cioè che "all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva" (n. 1) - afferma nel motu proprio istitutivo del nuovo dicastero: "Similmente, alla radice di ogni evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l'inestimabile dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita".
Il cristiano è un uomo graziato perché ha fatto un incontro grazie a cui gli si sono aperti gli occhi. Si è imbattuto in colui senza il quale tutto sarebbe privo di senso, privo di una ragione adeguata e di una vera e fondata speranza. Ha riconosciuto che la verità è Cristo, ha capito che fuori dal rapporto con lui non potrebbe più vivere e morire. Ebbene, un uomo raggiunto e cambiato da questo incontro, affronta con drammaticità tutto, dalle questioni personali a quelle dell'ambiente in cui studia o lavora, e più in generale a quelle della società in cui vive.
Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, diceva che questa drammaticità consiste nell'avvertire dovunque la mancanza di "qualcosa" di insostituibile: Cristo stesso, colui che non può essere sostituito da nessun altro. È il senso della sproporzione tra il modo in cui tutti affrontano la vita e il diverso approccio derivante dalla memoria dell'incontro con lui.
Non c'è niente di moralistico, insomma, nella evangelizzazione cristiana. Una vera consapevolezza di ciò che essa implichi ci libera anzi da ogni affanno e, per così dire, da noi stessi: l'evangelizzazione, infatti, non è altro che questo, lui che vive in me, la memoria di lui divenuta luce ai miei passi e gusto delle cose. Secondo il fondatore di Comunione e liberazione, la moralità consiste nel "non sottrarsi alla traccia dell'incontro", anzi, in modo più preciso e completo, "all'attrattiva dell'incontro": quel presentimento di verità che è esploso dentro di noi davanti a Gesù.
All'origine della missione del cristiano vi è dunque il passaggio dall'incontro a una intelligenza nuova delle cose. Questo passaggio, che dovrebbe essere naturalissimo, si imbatte spesso in una resistenza derivante dalla soggezione al potere. Il quale cerca di impedire che l'incontro fatto diventi storia, perché pretende di "determinare la vita con i suoi progetti, con i suoi paradigmi, per i suoi scopi": in una parola, "tende a ridurre il desiderio" (così scrive ancora don Giussani nel volume L'io rinasce in un incontro). Questa pressione si fa sempre più forte. Nel nostro tempo - leggiamo in Ubicumque et semper - anche presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo, si sono verificate delle trasformazioni sociali che "hanno profondamente modificato la percezione del mondo (...) e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell'uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale".
La verità intuita nell'incontro cristiano può divenire oggi mentalità personale solo attraverso un lavoro critico e un'ascesi continua, lavoro e ascesi impensabili al di fuori della Chiesa, corpo sociale in grado di incidere nella società, di divenirne forza trainante. L'opposizione personale al potere non si reggerebbe senza l'appartenenza a una unità più grande.
È per questo che Benedetto XVI ha istituito un nuovo consiglio pontificio che tenga desta la coscienza personale ed ecclesiale in questo tempo in cui - come scriveva Giovanni Paolo II nella Christifideles laici (n. 34) - "certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana". Ma la condizione perché questo accada "è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali"; proprio quelle che vivono in Paesi tradizionalmente cristiani.

Postato da: giacabi a 20:22 | link | commenti
cristianesimo, giussani, ventorino

giovedì, 14 aprile 2011

Cultura | Articolo modificato il 14/04/2011 alle 17.46

Da san Tommaso e don Giussani la più grande lezione sul cuore e la giustizia

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giovedì 14 aprile 2011

 
“Esiste un bene che saremmo lieti di possedere perché ci è caro per sé e non per i vantaggi che ne conseguono?”. La questione insorge in uno dei dialoghi di Platone, La Repubblica. Glaucone riflette sul bene e sul male, interroga il suo maestro Socrate. “Ho una grande voglia di sentire - soggiunge - cosa sia giusto e ingiusto e che potere hanno per sé sull’anima dell’uomo”. Perché sembra che gli uomini facciano le leggi dando “nome di legittimo e giusto a ciò che è stabilito dalla legge”. Sarebbe, dunque, questa “l’origine della giustizia e la sua essenza”?
Ecco come è posta fin dalle origini del pensiero occidentale la domanda sul fondamento della legge umana e sulla sua giustizia. Domanda, questa, quanto mai attuale. Pietro Barcellona, che si è dedicato molto a questo tema e con il quale ho condiviso le riflessioni confluite poi nel volume La lotta tra diritto e giustizia (Marietti 2008), aveva già da tempo messo il dito sulla piaga. “Mai come nella fase attuale, si è sentito da più parti il prepotente bisogno di affermare che ci sono diritti dell’uomo che gli Stati e i poteri costituiti non possono violare né sacrificare, e tuttavia niente consente più di attribuire forma e effettualità a questi diritti. […] La mancanza di ogni fondamento metafisico e di ogni legittimità trascendente rende l’ordine giuridico contingente e artificiale, privo di qualsiasi riferimento a un ordine naturale comunque riconducibile all’armonia del cosmo. Ogni comando è per sua natura arbitrario, senza giustificazione, né misura. Consumata definitivamente l’idea di fare affidamento su una qualche verità eterna e immutabile, su una qualche ragione universale, non resta che affidarsi alla labile contingenza degli accordi contrattuali e dei patti sociali, con i quali i singoli individui decidono di fissare un argine ai loro illimitati desideri” (Il declino dello Stato. Riflessioni di fine secolo sulla crisi del progetto moderno, Dedalo 1998).
Un siffatto atteggiamento mentale genera ogni sorta di menzogna, giacché il pensiero non aderisce più alla verità della realtà e le parole sono stravolte, puntellano un progetto sulla società il quale non ha altro punto di riferimento che il proprio potere.
“Una questione fondamentale che si pone per il sistema democratico - ha scritto Benedetto XVI quando era ancora il cardinale Ratzinger - è se la volontà di una maggioranza possa veramente e legittimamente tutto. Può essa rendere legittima qualsiasi cosa, vincolando poi tutti, oppure la ragione si trova al di sopra della maggioranza, così che non può mai diventare realmente un diritto ciò che è contro la ragione?” (Chiesa, ecumenismo e politica, Paoline 1987).
Nel famoso dialogo che ebbe a Monaco nel 2004 con Jürgen Habermas, lo stesso Ratzinger ha evidenziato l’urgenza di una nuova fondazione dell’etica e del diritto nella società contemporanea: “Il compito di porre il potere sotto il controllo del diritto rimanda, di conseguenza, all’ulteriore questione di come nasce il diritto e di come deve essere il diritto affinché sia strumento della giustizia e non del privilegio di coloro che detengono il potere di legiferare” (Ragione e Fede in dialogo, Marsilio 2005).
Come nasce dunque il diritto? Fra le risposte a questa domanda, non va sottovalutata quella di Tommaso d’Aquino. Nella sua Summa Teologica egli ha posto nella ragione dell’uomo la misura e il criterio della bontà del suo agire: “Il bene umano consiste nell’essere conforme alla ragione, e il male nell’essere contrario alla ragione” (I-II, q. 18, a. 5, c.).
Si può avere l’impressione che un asserto del genere preluda a quella autonomia della ragione che sta alla base della dottrina morale kantiana, ma si tratta, in realtà, di tutt’altra prospettiva. Ha ragione, Kant, quando afferma che il principio della moralità risiede nella ragione. Ma per l’Aquinate la ragione non va intesa come emancipata da ogni legame e quindi come istanza assoluta e indipendente, bensì come facoltà data all’uomo per conoscere ciò che è, e in quanto tale partecipe della luce intellettuale di Dio. È dunque in un senso molto particolare che la ragione umana fonda, in Tommaso, la moralità dell’agire dell’uomo: la fonda in quanto coglie con le proprie risorse naturali quella legge eterna che è l’ordine e la misura che la ragione divina dà a tutte le cose: “La ragione dell’uomo deve il fatto di essere la regola della volontà umana, e quindi la misura della sua bontà, alla legge eterna che è la ragione di Dio. Perciò sta scritto: «Molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? Quale sigillo è impressa su noi la luce del tuo volto, o Signore». Come per dire: la luce della ragione che è in noi, in tanto può mostrarci il bene, e regolare la nostra volontà, in quanto è luce del tuo volto, cioè derivante dal tuo volto” (I-II, q.19, a.4, c.).
Tutto questo presuppone una fiducia nella ragione umana, come immagine di quella divina. La ragione è l’esigenza profonda e la capacità di verità e di felicità che c’è nel cuore dell’uomo e il criterio con cui misurare i mezzi necessari al suo compimento.
Le leggi umane possono dirsi giuste, dunque, “nella misura in cui si uniformano alla retta ragione” (I-II, q.93, a.3, c.). Quando esse se ne scostano, allora non hanno più la natura della legge, ma piuttosto quella della violenza.

Già Agostino, nel IV libro del De civitate Dei, aveva posto un interrogativo inquietante: “Una volta che si è rinunciato alla giustizia, che cosa sono gli Stati, se non una grossa accozzaglia di malfattori?” (Remota itaque iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?). Non è forse vero, del resto, che i malfattori stessi formano dei piccoli Stati? Uomini comandati da un capo e tenuti assieme da un patto comune, si spartiscono un bottino secondo una legge tacita. Se questo male si allarga a un numero più grande di scellerati, se dilaga in un’intera regione, conquista città e soggioga popoli, allora assume più apertamente il nome di regno: non certo per la rinuncia alla cupidigia, semmai per la tranquilla impunità. Questa la franca risposta che un pirata aveva dato ad Alessandro Magno. Gli sembrava giusto, aveva chiesto il Macedone, infestare i mari? Per quale motivo continuava a nuocere? E quello, con spregiudicata fierezza: «Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io lo faccio con una barca insignificante, mi chiamano malfattore, e poiché tu lo fai con una potente flotta, ti chiamano imperatore»”.
La legge umana è pertanto opus rationis: merita di essere riconosciuta e osservata se esprime un’approssimazione progressiva della ragione del legislatore a quell’ordine naturale che ha il suo fondamento ultimo nella ragione divina. È questo cammino di approssimazione che spiega la diversità di opinioni fra gli uomini circa tutto ciò che non è “giusto” - cioè iuxta rationem - con immediata evidenza.
Don Luigi Giussani ha avuto l’arguzia di dirlo con parole esistenzialmente più comprensibili ed efficaci. Ne Il senso religioso (Rizzoli 1997) conduce il lettore attraverso un’appassionante analisi introspettiva, che egli chiama “esperienza originale” o “esperienza elementare”, a scoprire cos’è il “cuore”. Esso risulta come “un complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste”. Queste esigenze che emergono come evidenti alla coscienza dell’uomo, quando egli incomincia ad affrontare la realtà e conseguentemente a riflettere su se stesso, sono riconducibili alla ratio tomistica. Infatti la ragione per Tommaso d’Aquino - come abbiamo visto - è l’esigenza e la capacità di vero e di buono che c’è dentro il cuore di ogni uomo.
La modernità dell’approccio di Giussani, che affida tutto ad una evidenza interiore, mentre mira a trovare credito nel suo interlocutore, non gli impedisce di sottolineare che alla nostra esperienza elementare risulta altrettanto evidente che questo “criterio originale”, pur essendo “immanente a noi”, non ce lo diamo da noi, ma ci viene “dato” con la nostra natura: una madre eschimese, una madre della Terra del Fuoco, una madre giapponese, danno alla luce esseri umani che tutti sono riconoscibili come tali, sia come connotazioni esteriori che come “impronta interiore”. Questo criterio originale si rivela, dunque, squisitamente personale e nello stesso tempo universale.
La sistematica negazione di questo fondamento universale del vero e del giusto espone l’uomo al totalitarismo nelle sue varie forme giuridiche o politiche. Ha scritto Hannah Arendt: “il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più” (Le origini del totalitarismo, Einaudi 2004). Ma l’accettazione di un fondamento metagiuridico del diritto positivo è legata a quella capacità propria della ragione umana di cogliere il vero e il buono delle cose. Pochi, oggi, sembrano disposti a sottoscriverlo. Ancora una volta, è compito dei cristiani ricordare all’uomo la sua grandezza.


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stommaso, ventorino

sabato, 24 luglio 2010

LETTURE/

La domanda di senso,
un "discorso inutile" e perciò più vero


 

martedì 15 giugno 2010

Elogio del discorso inutile è l’opera che meglio delle altre caratterizza la svolta culturale e spirituale che ha segnato gli ultimi vent’anni della vita di Pietro Barcellona. Dalla militanza nel Partito comunista, dopo il crollo del muro di Berlino e la conseguente drammatica evidenza delle degenerazioni dei regimi comunisti strumentalmente legati alla lotta del proletariato, attraverso il travaglio di una revisione profonda della sua personalità, perviene come a una sorta di “resurrezione della consapevolezza di sé”, nella quale tutto è recuperato, soprattutto il suo passato, nei desideri più profondi che l’avevano contrassegnato. Importanti, direi decisivi, sono stati per lui gli incontri fatti.
«Non si può comprare a nessun prezzo la gioia di essere vivi dopo una notte di tempestosa trasvolata nel cielo. Il “senza prezzo” dell’eccedenza è il valore dei rapporti fra l’io e il mondo, fra sé e l’altro, che non si può ridurre a valore di scambio e che non è calcolabile con criteri di misura utilitaristici» (p. 16).
Ecco si potrebbe dire che la storia di sé che Barcellona vuole raccontare è un’esaltazione dell’incalcolabile, come senso e fondamento di speranza per l’esistenza umana, dell’“irruzione dell’impensato” e dell’“esperienza dell’eccedenza”, che possono essere descritti solo con il “linguaggio incommensurabile della gioia della vita” o, se vogliamo, del discorso inutile.
È una opposizione netta contro la pretesa di ricondurre tutto a ciò che è spiegabile e al linguaggio scientifico come onnicomprensivo, che nell’epoca attuale sembra la sola via per l’accesso a una qualche verità. La soggettività umana nella sua esigenza di comprendere e raccontare la realtà non si lascia costringere all’interno di una descrizione o spiegazione scientifica di essa. È necessario, dunque, dare spazio a discorsi “alternativi”. In primo luogo al discorso psicoanalitico.
«Ho maturato, nel corso della mia vita e delle mie esperienze, la profonda convinzione che il discorso psicoanalitico non risponda ai canoni della ragione calcolante e che non ci siano risultati pratici causalmente imputabili a una qualche modificazione fisiobiologica. […] Per questo credo che la psicoanalisi tenda a realizzare una comprensione del mondo e di se stessi, non già ad apprendere tecniche comportamentali utili ad agire in una determinata situazione» (p. 68).
Se la psicanalisi tende a realizzare “una comprensione del mondo e di se stessi”, essa apre inevitabilmente al discorso filosofico o alla ricerca dell’originario. Quel discorso - confessa Barcellona - che fin da ragazzo lo ha attratto, con una modalità quasi “socratica”, e che lo ha segnato poi per tutta la vita.
A questo punto l’autore si chiede perché la filosofia nel corso della storia abbia smesso di essere un discorso inutile, cioè “inteso a comprendere se stessi” e si sia tramutata in discorso strumentale, cioè atto “a spiegare il perché degli eventi che accadono lungo il cammino della nostra esistenza. Ed ecco la risposta:
«La tragica esperienza del fallimento del possesso della verità assoluta, senza ombre né misteri, ha spinto i filosofi a sostituirla con la “certezza” acquisita attraverso la sperimentazioni delle ipotesi, come risultato di un metodo “scientifico”, fondato su regole precise. Mentre il discorso filosofico finisce con il coincidere completamente con la filosofia della scienza, bisognerebbe invece ripartire dal rovesciamento del rapporto tra pensiero e vita effettiva e tornare a recuperare l’“inutile” elementarità della filosofia come “vita che si sa”, per comprendere che la “verità” sta nell’esperienza immediata che ciascuno fa del rapporto con sé, gli altri e il mondo» (p. 104).
Cosa c’è, dunque, dietro la riduzione della domanda sullo specifico umano a logica, epistemologia e teoria della conoscenza?
«È un’opera di rimozione del problema della finitezza degli “esseri mortali”».
È la negazione da parte dell’uomo dell’appartenenza originaria e costitutiva del suo essere che ci ha portato all’epoca della “morte di Dio” cui è seguita la “morte dell’uomo”.
«Come conseguenza estrema della volontà di uccidere dio, oggi, con le teorie post-umane, neuro scientiste e cognitiviste, siamo di fronte ad un tentativo di “uccidere l’uomo”, mettendo in crisi la dimensione della “soggettività spirituale” che ne ha accompagnato la vicenda storica» (p. 125).
Eppure nel cuore di ogni essere umano rimane “il senso profondo della dimensione religiosa” come “ricerca di una via di salvezza, che non è soltanto la speranza di un perdono per le proprie colpe, ma soprattutto il desiderio di conservare, oltre la soglia dell’oscuro silenzio, gli affetti e il senso della propria esistenza” (p. 131).
A questa esigenza viene incontro in modo impensato e impensabile il cristianesimo per la straordinaria innovazione che Cristo introduce nella storia della condizione umana.
«L’evento della nascita di Cristo è un sussulto dell’Universo che si ribella al proprio destino mortale; è un’energia che non rimanda a null’altro che alla propria manifestazione, che irrompe nella storia umana e ne sospende il flusso, perché la sua piena presenza non è pensabile se non come evento istantaneo, senza presupposti» (pp. 134-35).
Nella conclusione dell’opera l’autore confessa che il discorso religioso, che trova nell’annuncio dell’evento cristiano il suo culmine di significato per l’esistenza umana e la sua salvezza dal niente, è quel discorso inutile nel quale si compiono tutti gli altri discorsi, perché
«l’essere umano non può sapersi, nel suo essere fuori misura”, nel suo essere sottoposto alle leggi del tempo e della morte, se non incontra nella propria esistenza l’esplosione dell’Evento assoluto, in cui il figlio dell’uomo e il figlio di Dio si ricongiungono nell’amore» (p. 148).
Confessione che mi commuove perché mi riguarda personalmente. Barcellona, infatti, riconosce che questo incontro per lui è accaduto attraverso “un prete, di cui sono diventato amico in questi ultimi anni” (p. 147).


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barcellona, ventorino

lunedì, 13 ottobre 2008

Il nichilismo porta alla “civiltà dei consumi”  
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Il nichilismo, cioè l'assenza di una verità  e di un destino della realtà, è l’orizzonte teorico in cui si colloca la nostra “civiltà dei consumi” perché se la realtà non ha una sua verità e neanche l’uomo possiede un suo destino naturale, il consumare, assecondando  “il principio del piacere”, è l’unico rapporto che l’uomo può stabilire con il reale, non certamente quello che nasce dal “principio della realtà”.
Da questo atteggiamento nasce quella concezione per la quale le cose, il denaro, il sesso, l’amore e perfino la vita propria e altrui diventano proprietà gestita secondo il modello dell’«usa e getta».
Non ci si strappi le vesti poi quando ci si trova – come accade spesso ai nostri giorni – di fronte alla violenza dei giovani contro se stessi e contro gli altri, né ci si affanni ipocritamente a cercare spiegazioni e a trovare rimedi. L’unico rimedio serio sarebbe quello di impedire  la corruzione morale derivante da una simile argomentazione, che si ammanta arbitrariamente della dignità del pensiero “laico”.
Il pensiero “laico” è qualcosa di drammaticamente più serio. Per questo  siamo grati a Pietro Barcellona che ce lo testimonia.”
Francesco Ventorino, La Sicilia 22-04-07 

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nichilismo, ventorino

martedì, 25 marzo 2008

L’evento della resurrezione sfida la ragione
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La resurrezione di Cristo come avvenimento reale è la sfida più grande che la Chiesa lancia alla ragione dell’uomo moderno, a tal punto che molti teologi hanno pensato di ridurne lo scandalo interpretandola soltanto come una convinzione soggettiva, che si sarebbe formata inspiegabilmente nella coscienza dei primi discepoli.
Dietro questo scandalo c’è una concezione ridotta della ragione: essa dovrebbe accettare solo ciò che riesce a spiegare, anche a costo di negare ciò che è constatato direttamente o testimoniato in modo assolutamente affidabile. Invece un uomo interamente ragionevole, cioè aperto ad ogni possibilità, di fronte ad un fatto, come quello della resurrezione di Cristo, non si dovrebbe chiedere innanzitutto “come” questo sia potuto accadere, ma se “è” veramente accaduto. E se questo avvenimento risultasse testimoniato come realmente accaduto, dovrebbe mettersi a cercare le prove per le quali accettare o rifiutare in modo ragionevole questa testimonianza.
Se l’uomo del nostro tempo si mettesse in questo atteggiamento, sarebbe costretto a porsi una domanda che riguarda quel grande fenomeno storico che lo raggiunge nell’oggi e che è costituito dal movimento cristiano nella sua struttura organica: la Chiesa. Dovrebbe chiedersi se essa potrebbe spiegarsi soltanto come frutto di immense fatiche dottrinali e di nobili sforzi morali, che si sarebbero accumulati lungo il corso dei secoli e il susseguirsi di tante generazioni, o se invece questa non presenti tali caratteri di “eccezionalità” da eccedere totalmente ogni possibilità di realizzazione di spiegazione umana. Potrebbe la Chiesa esistere se non fosse stata generata – come afferma essa di se stessa – dall’avvenimento della resurrezione di Cristo, nel quale la vita stessa in tutta la sua potenza e in tutta la sua verità abbia avuto già una vittoria sul male e sulla morte?
Questa è la domanda con la quale la Chiesa sfida la ragione dell’uomo sulla verità del fatto della resurrezione.
L’ateismo moderno è caratterizzato da quella che il Papa nella Spe salvi chiama la “protesta contro Dio”. Essa è una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale: «Un mondo, nel quale esiste una tale misura di ingiustizia, di sofferenza degli innocenti e di cinismo del potere, non può essere l’opera di un Dio buono. Il Dio che avesse la responsabilità di un simile mondo, non sarebbe un Dio giusto e ancor meno un Dio buono. È in nome della morale che bisogna contestare questo Dio». Ma ecco la conseguenza che ne è stata tratta: «poiché non c’è un Dio che crea giustizia, sembra che l’uomo stesso ora sia chiamato a stabilire la giustizia». Da qui la pretesa che l’umanità possa e debba fare ciò che nessun Dio ha fatto, né è in grado di fare. «Che da tale premessa – continua il Papa – sono conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia non è un caso, ma è fondato nella falsità intrinseca di questa pretesa. Un mondo che si deve creare da sé la sua giustizia è un mondo senza speranza. Nessuno e niente risponde per la sofferenza dei secoli. Nessuno e niente garantisce che il cinismo del potere – sotto qualunque accattivante rivestimento ideologico si presenti – non continui a spadroneggiare nel mondo» (42).
L’uomo di oggi, dunque, in forza della sua stessa ragionevolezza è più che mai chiamato a fare attenzione a quella grande giustizia annunciata dalla Chiesa e che si sarebbe realizzata proprio nella morte e nella resurrezione di Cristo. In Lui, Crocifisso, infatti, secondo la fede cristiana, «Dio rivela il suo Volto proprio nella figura del sofferente che condivide la condizione dell’uomo abbandonato da Dio, prendendola su di sé. Questo sofferente innocente è diventato speranza-certezza: Dio c’è, e Dio sa creare la giustizia in un modo che noi non siamo capaci di concepire e che, tuttavia, nella fede possiamo intuire. Sì, esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la «revoca» della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto» (43).
Quel bisogno di appagamento del desiderio di giustizia che costituisce il nostro cuore e che ci impedisce di accettare che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, non rende convincente almeno l’accogliere la grande sfida che pone l’annuncio della resurrezione? Non è “ragionevole” provarne la sua capacità di fare giustizia oggi?
In un mondo che ha visto il fallimento del tentativo di fare un “regno di Dio” senza Dio, che si è risolto in quella “fine perversa di tutte le cose” (già profetizzata da Kant come inevitabile, in Das Ende aller Dinge, qualora un giorno il cristianesimo fosse arrivato “a non essere più degno d’amore”), sarebbe più ragionevole dare spazio, anche nella vita pubblica, a quella realtà umana che afferma di essere nata dalla giustizia creata da Dio, per provarne la sua effettiva forza di redenzione e di salvezza per la vita dell’uomo.
 Don Francesco Ventorino


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gesù, ventorino

venerdì, 30 novembre 2007

L'amicizia coniugale
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Tempi num.24 del 14/06/2007
Editoriali
Il don e l'Elefante.
L'amicizia coniugale spiegata da Ventorino e Ferrara contro le ninne nanne
relativiste
di Tempi
Un'ennesima consacrazione della famiglia come Dio, natura e ragione
comandano, viene da un volume in libreria la prossima settimana. Si intitola
L'amicizia coniugale (Marietti 1820). E' stato scritto dal teologo siciliano
don Francesco Ventorino e benedetto da una elegiaca postfazione del
direttore romano Giuliano Ferrara.
Il libro si colloca in quell'ambito di aperta e distesa battaglia culturale
che si sta agglutinando in Italia in controtendenza al conformismo
bacchettone che predica relativismo e indifferenza sessuale. Dimostra
Ventorino e applaude l'Elefantino, non è che risultasse soltanto a Tommaso
D'Aquino che «
è l'uso della facoltà sessuale contro o oltre l'ordine della
ragione a generare nell'uomo una inquietudine profonda
».
Ferrara irride il moderno culto delle relazioni vagabondeggianti
Il
libertinaggio è una ninna nanna in confronto all'ardore di desiderio di un'amicizia coniugale castigata, casta, leale e insieme estroversa, sicura della propria potenza di conversione e di conversazione
») ed esalta l'indissolubilità del matrimonio: «L'indissolubilità, che non è nelle carte e nelle formule, è tuttavia nelle cose dette e promesse nel nome di qualcosa di diverso dalla solidarietà umana e ad essa perfino superiore, in faccia a quell'essere della realtà con il quale si viene a patti finendola di fare i capricci».
A conferma di quel che scrive don Ventorino: «
Il matrimonio ha
un'interferenza positiva sulla vita del popolo, poiché questo legame diventa esempio di ogni altra compagnia».

Finitela di avere Grillini per la testa e smettetela di fare capricci.
Diventate grandi, non regalatevi pasticcini Bindi. Crescete e
moltiplicatevi. Insomma, avanti o popolo

Postato da: giacabi a 19:59 | link | commenti (1)
ferrara, ventorino

martedì, 21 agosto 2007

LA VERITA' E' IL DESTINO PER IL QUALE SIAMO STATI FATTI
***
 
discorso di Don Francesco Ventorino durante l'incontro "La verità è il destino per il quale siamo stati fatti"

Ho un ricordo ancora vivo – sono passati quarant’anni – dell’urlo di mia madre di fronte al cadavere di mia sorella, morta improvvisamente perché aveva voluto portare avanti una gravidanza a rischio: «Dottore, perché è morta mia figlia?». Il medico non ha capito il significato della domanda e le ha spiegato come era morta: per un embolo. Ma mia madre, una donna del popolo e quasi analfabeta, poneva un’altra domanda: «Perché una donna muore a trenta anni, per dare la vita ad un figlio che vive sette giorni e poi muore a sua volta». Era la domanda sul destino della vita, della vita di sua figlia, di quella del figlio di sua figlia e di ogni uomo. Era una domanda che nasceva da quell’esigenza di cui è costituito il cuore di ogni uomo, «esigenza clamorosa, indistruttibile e sostanziale – l’avrei sentita definire poi da don Giussani – ad affermare il significato di tutto» .

1. Ma la vita ha un destino?
Negli ultimi anni alcuni intellettuali in Italia si sono affaticati nel dimostrare che questa, la domanda di mia madre, è una domanda senza senso.
L’uomo non sarebbe altro che un animale prodottosi nel corso di un’evoluzione che non risponde ad alcun disegno divino, né ad alcuna finalità prestabilita. Il ruolo della specie cui apparteniamo non sarebbe superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri, cioè produrre e riprodursi.
A questa domanda, dunque, non ci sarebbe risposta e quindi non avrebbe senso neanche porsela. E così sono stati liquidati in maniera semplicistica i più grandi pensatori e poeti di tutta l’umanità considerati come degli imbecilli che per tutta la vita si sono cimentati con una domanda che sarebbe addirittura contro la ragione.
Dietro questa ostinata negazione di un senso, di una verità e di un destino della vita c’è una paura – l’ha rivelata da tempo Gianni Vattimo –, è la paura che «se c’è una natura vera delle cose, c’è anche sempre un’autorità – il papa, il comitato centrale, lo scienziato oggettivo, ecc. – che la conosce meglio di me e che può impormela anche contro la mia volontà». Perché «a che altro serve insistere sulla oggettività e la “datità” del vero, se non a garantire qualche autorità a qualcuno?» .
Non ci sarebbe, dunque, altro fondamento delle leggi etiche e giuridiche se non il consenso sociale.
Oggi dietro la pretesa di equiparare le coppie di fatto, etero ed omo- sessuali, alla famiglia fondata sul matrimonio si nasconde la stessa paura: quella che si possa affermare la natura vera delle cose e la stessa diffidenza nei confronti di chiunque e di qualunque istituzione voglia difendere «l’oggettività e la “datità” del vero».
Don Carrón agli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione di quest’anno, come esempio di questa mentalità, citava Rorty, il quale afferma:
«
Non vi è niente di profondo in noi se non quello che noi stessi vi abbiamo messo, nessun criterio che non sia stato creato da noi nel corso di una pratica, nessun canone di razionalità che non si richiami a un tale criterio, nessuna argomentazione rigorosa che non sia l’osservanza delle nostre stesse convenzioni» .
Niente “dato”, dunque, – concludeva don Carrón – tutto “convenzione”.
Il nichilismo, cioè la negazione che ci sia una verità e un destino della realtà, è l’orizzonte teorico in cui si colloca e si giustifica la nostra “civiltà dei consumi”, perché se la realtà non ha una sua verità e neanche l’uomo possiede un suo destino, il consumare, assecondando l’istinto del benessere, è l’unico rapporto che l’uomo può stabilire con il reale.
Da quest’atteggiamento, che vale per ogni rapporto, nasce quella concezione per la quale le cose, il denaro, il sesso, l’amore e perfino la vita propria e altrui diventano una proprietà gestita secondo il modello dell’“usa e getta”.
«Proporvi, o imporvi, delle verità – scrivevano quest’anno degli insegnanti di un liceo della mia città, Catania, a degli alunni che avevano chiesto delle certezze per vivere per morire – è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica» .
Questa rinuncia della scuola pubblica, laica e democratica, a proporre delle verità non è recente. Ricordo che quand’ero giovane insegnante di Religione nello stesso Liceo mi sono dovuto opporre, provocando uno scandalo generale, ad un Consiglio di classe, che si era trovato unanime nella decisione di punire in modo esemplare un ragazzo e una ragazza che erano stati sorpresi a baciarsi sullo scalone della scuola, adducendo questa motivazione che chiedevo fosse messa a verbale: «La scuola prima insegna che la morale non è altro che una convenzione sociale e poi vuole punire dei ragazzi che muoiono dalla voglia di baciarsi e che non avrebbero dovuto farlo solo per rispettare una convenzione che domani potrebbe cambiare [come di fatto è accaduto], magari quando loro non ne avranno più né la voglia, né la capacità».
Il Preside, intelligente, avendo intuito che io volevo rovesciare le parti e accusare loro di corruzione di minorenni, ha subito sospeso la seduta, comminando ai quei ragazzi solo la minima sanzione disciplinare.
Non ci si strappi le vesti poi, quando ci si trova – come accade spesso ai nostri giorni – di fronte alla violenza dei giovani contro se stessi e contro gli altri, né ci si affanni ipocritamente a cercare spiegazioni altrove e a trovare affannosamente dei rimedi efficaci.
L’unico rimedio serio sarebbe quello di impedire la corruzione morale derivante da un simile argomentare, che si ammanta arbitrariamente della dignità del pensiero “laico”. Ma il pensiero veramente laico ha tutt’altra profondità e grandezza, come vedremo.
Ci troviamo di fronte ad una dissoluzione dell’uomo caparbiamente perpetrata – come diceva don Giussani – pur di non riconoscere che la sua ragione è strutturalmente apertura al Mistero, grido e domanda di significato e di verità, pur essendo questo «un cammino di ricerca, umanamente interminabile»

2. La domanda sul destino della vita costituisce il cuore di ogni uomo
«Ma non ha ragione, non ha ragione il nichilista!», ha gridato una volta don Giussani qui a Rimini agli universitari di Comunione e Liberazione, perché è grande – Dio come è grande! – l’uomo, il giovane, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede, perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene [...] un’adorazione. Giusto! Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, che è la bellezza come ha capito Leopardi nell’inno Alla sua donna, che è la verità» .
Perché non ha ragione, dunque, il nichilista? Perché egli andrebbe contro quel meglio di sé che gli viene su dal suo cuore, cioè da quel complesso di evidenze e di esigenze, che lo costituiscono strutturalmente e che gli impediscono di dire che la sua ragazza è un niente; anzi lo spingono ad una adorazione di quella misteriosa promessa che nella bellezza di lei si rende presente.
Il cuore è ciò che Pirandello, un vero laico e mio conterraneo, in Uno, nessuno e centomila, chiama quel “punto vivo” che è dentro di noi e che scatta quando qualcuno o qualcosa lo provoca. Vitangelo Moscarda, che è un banchiere, provocato dal suo amico, che proditoriamente lo accusa di essere un usuraio, e dalla risata cinica con cui sua moglie commenta questa accusa, reagisce così:

«Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all’improvviso come non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in quel momento…: ferire addentro in un punto vivo di me che non avrei saputo dire né che né dove fosse; […] un “punto vivo” in me s’era sentito ferire così addentro, che perdetti il lume degli occhi» .
E più avanti dice:
«Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me… era Dio senza alcun dubbio: Dio che s’era sentito ferire in me, Dio che in me non poteva più tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d’usurajo». .

Don Giussani ha insistito per tutta la vita sull’importanza del cuore, di questo criterio oggettivo che abbiamo in noi:
«
la natura lancia l’uomo nell’universale paragone, dotandolo di quel nucleo di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le madri allo stesso modo dotano i loro figli» .
Questo è il criterio della verità ed il fondamento della nostra libertà:
«Se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso l’altro, rapinatore dell’altro; non solo i potenti, ma anche il compagno può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo, possiamo fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore» .

Benedetto XVI, quando era il professore Joseph Ratzinger, in una conferenza pubblicata nel 1972, citava una dichiarazione di Hitler che proclamava il suo proposito di distruggere il cuore di ogni uomo:
«Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza» .
Così Ratzinger la commentava:
«
La coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero presupposto di una soggezione e di una signoria totalitaria. Dove vige una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà»
Il nichilismo dunque, come negazione di questo criterio del vero e del bene, di cui siamo dotati, sarebbe il principio di una vita disumana e della legittimazione di ogni violenza dell’uomo sull’uomo.
Don Giussani, leggendo Nietzsche, ne ha mostrato tutta la contraddizione:
«“Un giorno un viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio...”. Questa è la scelta che ha fatto l’uomo contemporaneo: chiudere la porta alla speranza, all’impeto ideale che gli alita alle spalle, acquattato in fondo al suo cuore, trasmessogli da sua madre e da tutto ciò che lo anticipa nella storia: questo evidente desiderio del vero, del reale, del certo.
L’uomo moderno se ne sente perseguitato come da un aguzzino “tetro e appassionato”, e ad un tempo ammette di essere costituito dal desiderio della verità, mentre si
ribella alla natura del proprio cuore che è profezia di Dio» .
Dante ha stupendamente cantato nel Paradiso:
«
Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra,
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’ al sommo pinge noi di collo in collo
» .
Descrive così stupendamente l’esperienza umanissima (“io veggio ben”) dell’esigenza costitutiva del nostro cuore della verità, cui tende in tutto ciò che conosce, con la speranza fondata che essa ci sia e che sia possibile trovarla (“e giugner puollo”), perché altrimenti il nostro desiderio sarebbe un desiderio vano (“se non, ciascun disio sarebbe frustra”).
E l’uomo sarebbe – come è stato detto da Sartre – «una passione inutile» .

3. L’avvenimento della verità
L’uomo è dunque domanda di verità. A questa domanda la realtà stessa si incarica di rispondere: la verità si lascia incontrare, accade: essa è l’imporsi della realtà nella sua evidente presenza!
«
La verità – diceva don Giussani – è come la faccia di una bella donna, non puoi non dire che è bella, non riesci! […] La verità è una cosa che si impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore si commuove»
Essa spalanca la coscienza e il cuore dell’uomo e gli fa ritrovare se stesso e la sua libertà. Essa semplicemente è.

Ancora Luigi Pirandello, questo autore che non finisce mai di sorprendermi per la sua apertura ad ogni aspetto dell’umano e per la sua capacità di raccontare l’umana esperienza, nella novella Ciaula scopre la luna narra di un garzone mezzo scemo, costretto a lavorare in una miniera di zolfo, che una notte, portando il suo carico sulle spalle all’esterno di essa, giunto allo stremo delle sue forze, perché «non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora», fece la “scoperta” della luna, della sua «chiaria», della sua bellezza e in quell’avvenimento ritrovò se stesso, la sua umanità.
«La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto. […]
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore» .

È una documentazione suggestiva di quanto scrive don Giussani ne Il senso religioso:
«Lo stupore, la meraviglia di questa realtà che mi si impone, di questa presenza che mi investe, è all’origine dell’umana coscienza» .

4. L’avvenimento cristiano.
Ma la persona umana, diceva ancora don Giussani, ha il potere di «fare i capricci di fronte all’essere».
«Il capriccio […] dell’uomo di fronte all’essere è un odio a se stesso e al proprio destino. […] Solo qui si rivela la cattiveria dell’uomo» .
La bellezza del mondo e la grandezza del nostro desiderio non vengono sempre accolti come una testimonianza convincente di Dio.
«È questa carenza atroce – diceva don Giussani – che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare» .
Incapaci, dunque di stupore, resistiamo all’estasi, cui tende a portarci la realtà.
Solo nell’esperienza di un grande amore diviene possibile superare questo capriccio di fronte all’essere, questo blocco nella reattività, che alla fine diviene odio a se stessi perché è odio al proprio destino. È in un rapporto, nel quale ci sentiamo affermati più di quanto non riusciamo a fare da noi stessi che rinasce l’amore e la stima per la realtà, a partire da quella per la nostra persona, e la certezza di un destino buono per la nostra vita e per il tutto.

L’uomo ha bisogno di rapporti nei quali il male proprio e quello del mondo non riesce ad insinuare il sospetto di poter essere fregato, perchè in essi si rende manifesta tutta la bontà della realtà e la sua convenienza. È un’esperienza che noi abbiamo fatto e che tutti desidereremmo fare, anche se pensiamo che sia impossibile e perciò vi abbiamo rinunciato.
Tommaso d’Aquino ha scritto pagine mirabili su questo argomento, quando ha affermato
che all’uomo, che tende a Dio come al proprio destino, fu necessario che Dio stesso si facesse uomo per indurlo ad amarlo. Infatti
«nulla ci conduce talmente ad amare qualcuno quanto l’esperienza del suo amore per noi. Così l’amore di Dio verso l’uomo non si sarebbe potuto dimostrare in modo più efficace che con il fatto che Egli abbia voluto unirsi all’uomo in persona: è, infatti, proprio dell’amore unire l’amante con l’amato fino a quanto è possibile» .

Quasi riprendendo queste parole, Benedetto XVI, rivolgendosi l’anno scorso a Verona a tutta la Chiesa italiana, ricordava come oggi è più che mai necessario che attraverso la testimonianza dei cristiani emerga «soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo».
Questa è la risposta della Chiesa allo scetticismo del mondo.
Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa. In forza di questa sua contemporaneità egli si accompagna a noi ed è possibile incontrarlo anche oggi.

L’incontro con Lui dà alla vita l’orizzonte e la direzione decisiva perché Egli è la verità che l’uomo cerca: la verità è un uomo! E l’uomo, quando l’incontra, può riconoscerla – come diceva don Giussani – per l’esperienza di corrispondenza con il proprio cuore, cioè di «soddisfazione all’esigenza di totale comprensione della realtà per cui tutta l’umana coscienza vibra
» .
Per descrivere efficacemente questa esperienza di corrispondenza e di soddisfazione don Giussani in Perché la Chiesa si è servito della finale della grande opera di René Grousset, Bilancio della storia, la cui lettura consigliava già ai primi giessini.
Questo autore, concludendo il suo bilancio sintetico della storia dell’umanità afferma: «
Quanto alla storia umana, quale storico, giudicando dall’alto, oserà guardarla senza spavento?» E ci trasmette il suo inquietante interrogativo: «Ma se, al termine di tanta angoscia, non vi è effettivamente che la tomba?».
«È allora che l’ultimo uomo, nell’ultima sera dell’umanità, senza speranza – lui – di resurrezione, potrà emettere a sua volta il grido più tragico che abbia mai attraversato i secoli: “Elì, Elì, lemà sabactàni”? A questo grido noi cristiani sappiamo la risposta che, da tutta l’eternità, aveva dato l’Eterno. Sappiamo che il martirio dell’Uomo-Dio era solo per ricondurlo alla destra del Padre e, con lui, tutta l’umanità riscattata da lui. Sappiamo e abbiamo appena constato che al di fuori della soluzione cristiana […] ormai non ve n’è più altra, intendo soluzione accettabile per la ragione e per il cuore».

«Accettabile [commenta don Giussani] perché l’umanità intera è ricapitolata in Cristo, senza tagli arbitrari, senza censure e dimenticanze» .
Parlando nel 1983 ad una televisione svizzera, don Giussani era tornato su questo tema:
«
Quello che persuade me come credente è soprattutto una sfida che il punto di vista della fede lancia a tutti gli uomini. Quale punto di vista, ma diciamo il termine scientifico, quale ipotesi di lavoro colloca in una posizione tale da abbracciare, senza dimenticare e rinnegare nulla, tutti i fattori che compongono, che tramano l’esperienza? Vale a dire, è un realismo ultimo quello che giustifica l’ipotesi della fede».
Dobbiamo riconoscere, infatti, che solo in Cristo si manifesta pienamente il destino dell’uomo e della storia in modo totalmente corrispondente, e quindi accettabile, alla ragione e al cuore. Egli solo è la parola definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della storia, la risposta a quella esigenza profonda di verità e di giustizia che costituisce il cuore dell’uomo.
Solo nell’avvenimento dell’incontro con Lui – diceva ancora il Papa a Verona – può rinascere la «grande domanda» sull’origine e il destino dell’universo, sul Logos creatore e diventa «di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene». Infatti, è solo di fronte alla risposta che si riapre e si chiarifica la domanda.

5. La bellezza cristiana è lo splendore della verità
«
L’uomo riconosce la verità di sé attraverso l’esperienza della bellezza, attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita, una attrattiva e una corrispondenza totale» .
È della bellezza cristiana, dunque, dell’attrattiva e dello splendore che la verità assume nell’incontro cristiano, che l’uomo di oggi ha più che mai bisogno perché, come affermava il Papa stesso, quand’era ancora il cardinale Ratzinger, nel suo messaggio per la XXIII edizione di questo Meeting,
«l
a bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo».
Ma riconosceva:
«La paura che […] la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà”, ha angosciato gli uomini del nostro tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori?» .
È necessaria, dunque, una bellezza che regga di fronte all’urlo di mia madre che chiede perché possa accadere che sua figlia muoia a trent’anni per dare la vita ad un figlio che a sua volta muore dopo pochi giorni. È necessaria una bellezza che renda accettabile la vita e la morte, la gioia e il dolore, la realtà insomma, così come l’uomo ne fa esperienza.
Solo nel Volto del Crocifisso appare l’autentica e credibile bellezza, solo nel Crocifisso c’è, infatti, un destino o un Dio credibile anche da mia madre. A questa bellezza, infatti, dopo aver lottato una vita intera con il Mistero come Giacobbe con l’Angelo, essa, sorridente, si è affidata nell’atto della sua morte. A tutti quelli che venivano a visitarla, quando era già alla fine, chiedeva: «Tu verrai alla mia festa?». Alludeva al suo funerale.


Per questo nel suo messaggio Ratzinger poteva dire:
«
Nella passione di Cristo […] l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo [è la stessa parola che aveva usato don Giussani nell’83]. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. […] Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo nell’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza» .
E ancora:
«
Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria luce» .
Della bellezza di Cristo si fa esperienza nella Chiesa, cioè nel mondo bello creato dalla fede e dalla luce che risplende sul volto dei Santi.
Noi ne sappiamo qualcosa: l’abbiamo vista nel volto di don Giussani
.

lunedì 20 agosto 2007 

Postato da: giacabi a 15:39 | link | commenti
pirandello, verità, senso religioso, ventorino

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